Nuovo teatro, si riapre il dibattito

L'idea di Primoli: «Ricostruiamo tale e quale l'edificio ottocentesco»

       TERAMO. Lo stop imposto dalla prefettura di Ascoli Piceno alla stipula della convenzione tra il Comune e la società Straferro, incaricata della realizzazione del nuovo teatro comunale nel sito del vecchio stadio, riapre il dibattito in città su come e dove realizzare un'opera - il teatro, appunto - che negli ambienti culturali cittadini viene percepita come necessaria. Fino a ieri, si parlava di un'unica possibile alternativa: quella di realizzare un precedente progetto, redatto dall'allora assessore Mauro Di Dalmazio, che prevede il restyling integrale dell'edificio dell'attuale cineteatro Comunale.  Fabrizio Primoli, il teramano che nel 2011 ha dato alle stampe un libro intitolato "Il teatro Comunale di Teramo 1868-1959" e in precedenza aveva pubblicato dei saggi sul castello Della Monica e la torre del Duomo, in una nota inviata al Centro interviene nel dibattito e avanza una proposta-shock. «Nel momento in cui», scrive, «l'unica strada concretamente percorribile sembrerebbe, per l'appunto, il recupero e la completa rimodulazione della struttura attuale, perché non intervenire proprio lì e anziché ristrutturare quel palazzo anonimo ed impattante non lo ridisegnassimo per intero, ricostruendo il nostro precedente bel teatro Comunale ottocentesco? Per qualcuno questa potrebbe rappresentare una provocazione. Ma sono più che convinto che alla stragrande maggioranza dei teramani questa soluzione sarebbe quella più gradita. La strada da percorrere dovrebbe anzitutto partire da due elementi di p
    rimaria importanza: liberare quanto prima i locali dell'Oviesse e separare, una volta per tutte, l'attività cinematografica da quella teatrale. Teramo vuole un teatro, non un cineteatro».  Primoli sostiene che «ripristinare ciò che c'era non significa creare un "falso storico" tout court: significa anzitutto ripristinare un'omogeneità, una coerenza, una visuale urbanistica che in passato è esistita e che successivi, sbagliati interventi di demolizione e riedificazione hanno alterato e compromesso. Se una ricostruzione stilistica servisse per sanare una ferita urbanistica, io francamente non sono, non posso e non voglio essere contrario. D'altro canto, di ricostruzioni stilistiche è pieno il mondo». E cita, tra i tanti esempi, i teatri La Fenice di Venezia e Petruzzelli di Bari, ricostruiti com'erano dopo essere stati distrutti da incendi.  «Ricostruiamo il nostro vecchio Comunale», continua Primoli, «magari con materiali innovativi ed innovative metodiche. Ampliamone magari la capienza, rispetto agli originari 608 posti, ma lasciamo inalterati gli stili. L'aspetto economico è quello che maggiormente determinerà resistenze. Si potrebbero coinvolgere nuovi privati, si potrebbero dirottare i fondi (municipali o della Fondazione Tercas) destinati al restyling dell'attuale edificio. Ma l'idea di fondo, l'obiettivo finale dovrebbero rimanere fermi. Le strade e i mezzi, se si vuole, si trovano». La conclusione è: «Pensiamoci tutti, possibilmente senza preconcetti, a questa idea. Oltre a riavere un gioiello architettonico, per Teramo sarebbe l'occasione per sanare una volta per tutte una ferita aperta nel 1959 e che fa ancora tanto male».

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    1 febbraio 2012
     

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