Tessile crac, persi 2.500 posti

Solo i contratti di solidarietà riducono l'emorragia

    di Antonella Formisani TERAMO. Quasi 2.500 licenziamenti nel tessile dall'inizio dell'anno, in provincia. La crisi non allenta la morsa e i sindacati tentano di salvare posti di lavoro utilizzando l'ultima arma a loro disposizione, il contratto di solidarietà.

    Il quadro che dipinge Emanuela Loretone della Filctem Cgil è sconfortante. Fino a settembre sono andati in mobilità (cioè licenziati) 2.439 adetti nel tessile-abbigliamento, l'anno scorso erano 1.726. Sono lavoratori a cui è finita la cassa integrazione straordinaria (Cigs) senza che l'azienda si sia ripresa. «I numeri sono tragici», esordisce, «per dare un'idea, su 92 aziende del settore che seguiamo come sindacato, solo due non stanno usando ammortizzatori sociali. Soprattutto nel tessile-abbigliamento c'è un calo di commesse importante, che persiste».

    I sindacati, dopo due anni di crisi - ma il settore era stato già in precedenza martoriato da varie ristrutturazioni - hanno spesso una sola arma a diposizione. E' il contratto di solidarietà, che prevede un orario di lavoro ridotto, con il taglio compensato dalla cassa integrazione. «Negli ultimi tempi con questo strumento abbiamo salvato 600 posti», spiega Loretone, «ma per applicarlo il presupposto è che ci sia una quota di lavoro disponibile. Fra settembre e ottobre, su sei aziende teramane che hanno concluso il periodo Cigs, abbiamo siglato quattro contratti di solidarietà, mentre per due c'è stato il ricorso alla mobilità, cioè abbiamo perso una trentina di posti». C'è poi una tipologia di lavoratori per cui non c'è alcun paracadute. «Sono quelli per cui è finita la dis
    occupazione ordinaria: non c'è la mobilità in deroga che la Regione non rifinanzia perchè non ha i fondi», osserva la sindacalista.

    La Filctem Cgil lancia la proposta. «Vorremmo intavolare una discussione per mettere a punto una strategia sul tessile-abbigliamento che viene considerato un settore in decadenza, ma non è così. Faccio un esempio: Nero Giardini ha portato una commessa in Val Vibrata per valorizzare il made in Italy. Una grande azienda comincia a fare un certo tipo di discorso sulla qualità. Certo, poi ci sono esperienze come quelle de La Perla che delocalizza all'estero, nonostante l'impegno strenuo dei lavoratori, che comunque hanno ottenuto due anni di Cigs invece degli immediati licenziamenti.

    Sul protocollo d'intesa di luglio c'è una proposta che riprende uno studio della Filtea: si propone una rete fra le aziende della Val Vibrata, e non, per offrire servizi alle imprese che vogliono investire nel Teramano. Ma ci vogliono investimenti e impegno delle istituzioni. Non si può continuare a ragionare solo con gli ammortizzatori sociali. Bisogna predisporre azioni di politica industriale: c'è un tesoro di esperienza e di capacità manifatturiera che si deve tramutare in Pil e non può andare disperso».

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

    23 novembre 2010
     

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