Morte in ospedale, 14 indagati

Due test non fatti riaprono il caso giudiziario del teramano Mazzagatti

    di Lorenzo Colantonio TERAMO. Sono due test chiave, ma non sono stati mai eseguiti. Sono due test che mercoledì all'Aquila riaprono il caso giudiziario del teramano Valeriano Mazzagatti. La sua morte ha fatto finire sott'inchiesta 14 medici e anestesisti dell'ospedale San Salvatore.

    Il pubblico ministero, però, chiede la loro archiviazione. Ma il consulente medico dei familiari di Valeriano Mazzagatti scopre che i test chiave sulla morte in ospedale non sono stati fatti.
    In sintesi, il teramano Mazzagatti è morto per una infezione post operatoria. Ma il tratto di intestino asportato in uno dei sette interventi, a cui è stato sottoposto, e 800 cc di liquido scuro, non sono stati mai esaminato dai periti che si sono fidati delle spiegazioni date dagli stessi medici indagati.

    Così fra tre giorni, in camera di consiglio, il gip Marco Billi deciderà se riaprire il caso di presunta malasanità, disponendo un'indagine che chiarisca davvero la morte sospetta.

    SETTE INTERVENTI.
    Doveva ancora compiere 67 anni Valeriano Mazzagatti quando, il 13 luglio del 2007, viene ricoverato all'Aquila, con una diagnosi di neoplasia, per essere sottoposto a un intervento in laparoscopia, non cruento. Ma le operazioni diventano sette, eseguite dalle equipe mediche di volta in volta composte da Mauro Di Marco, Daniele Centi, Zoi Gleni, Roberto Vicentini, Adelmo Antonucci, Giulio Mancinelli, Alessandro Ambrosio, con l'assistenza degli anestesisti Marcello Marotta, Daniela Lorusso, France
    sco Vacca, Pierfrancesco Fusco, Giovanni Arrigoni, Sara Visconti e Fabrizio Marzilli.

    Gli interventi si susseguono, dal 16 luglio al 26 settembre, ma le condizioni del paziente peggiorano di giorno in giorno, di ora in ora, sotto lo sguardo attonito e impotente dei familiari, la moglie e due figli di Valeriano.

    Le condizioni si aggravano per una peritonite che evolve in setticemia che, la sera del primo ottobre 2007, causa la morte del paziente, dopo quasi tre mesi di sofferenze.

    Di fronte alla tragedia, i parenti, assistiti dall'avvocato Gennaro Lettieri, chiedono di aprire l'inchiesta, e il gip, Giansaverio Cappa, dispone un incidente probatorio per stabilire se ci sia stata «una colpa professionale come causa diretta della morte di Mazzagatti» o se, al contrario, gli stessi medici gli avrebbero salvato la vita, agendo correttamente.

    IL PRIMO MISTERO.
    Il giudice nomina i periti Vittorio Fineschi, dell'università di Foggia e Rocco Bellantone della Cattolica di Roma. Accade, però, che il 2 dicembre del 2008, Fineschi non si presenti all'inizio delle operazioni peritali, che dovevano svolgersi al policninico Gemelli di Roma. E che il secondo appuntamento (26 gennaio del 2009) si svolga in mezz'ora appena e senza la presenza del perito dei familiari, il dottor Gaetano Falcocchio che, per cause di forza maggiore, arriva al policlinico proprio con 30 minuti di ritardo.

    Sta di fatto che sulla base della perizia di Fineschi, il 4 febbraio scorso il pm chiede d'archiviare l'inchiesta. Ma i parenti si oppongono. Lo fanno sulla base di un'indagine del proprio consulente.

    LA CONTROPERIZIA.
    I passaggi chiave di quest'ultima, se confermati mercoledì, sono da pelle d'oca. Eccoli: in uno dei 7 interventi, quello del 22 luglio, i medici asportano un tratto d'intestino e allestiscono dei vetrini. Ma i periti non li esaminano.

    Dopo l'intervento del 21 luglio, i medici aspirano dal paziente 800 centimetri cubici di colore giallo bruno. Ma anche questi non vengono esaminati per stabilire con certezza la causa della peritonite che ha ucciso Mazzagatti. Secondo il consulente della famiglia, i due reperti avrebbero chiarito che a causare l'infezione mortale sarebbe stata una «soluzione di contunuo (una lacerazione, ndr) provocata al paziente durante il primo dei sette interventi, e colposamente ignorata».

    «E' INSPIEGABILE».
    Perché Fineschi non esamina i reperti? Perché non esegue i test chiave? La risposta della controperizia è laconica: «Inspiegabile superficialità dei periti, fattispecie processuale sconcertante», scrivono il dottor Falcocchio e l'avvocato Lettieri.

    E' infatti da pelle d'oca, se sarà accertato dal gip, leggere che i periti «non hanno ritenuto opportuno procedere all'analisi dei reperti» perché «hanno ritenuto sufficiente la lettura che di questi hanno fornito gli stessi medici indagati».

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

    18 ottobre 2010
     

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