di DIANA POMPETTI
TERAMO. «Non lo hanno curato in tempo» ripete la moglie davanti all’obitorio dell’ospedale. Uzoma Emeka, il detenuto nigeriano di 32 anni testimone del pestaggio di un altro recluso, è morto per un tumore al cervello che in carcere nessuno aveva diagnosticato. La massa è cresciuta giorno dopo giorno, debilitando un fisico compromesso anche da un recente infarto mai scoperto.
L’autopsia, eseguita ieri dall’anatomopatologo
Giuseppe Sciarra su disposizione della procura, chiarisce il giallo delle cause della morte ma allunga ombre inquietanti. L’esame ha escluso la presenza di qualsiasi segno di violenza, accertando l’esistenza di una neoplasia di circa quattro centimetri al cervello che avrebbe provocato una compressione definita ernia cerebrale. Nei prossimi giorni il sostituto procuratore
Roberta D’Avolio, titolare del caso, disporrà una nuova consulenza medica proprio per accertare se ci siano state omissioni nelle cure e nei soccorsi. Un quesito su tutti: il giovane poteva salvarsi? E’ questa la domanda a cui il magistrato vuole dare una risposta. Per questo il cervello dell’uomo, prelevato durante l’autopsia, nei prossimi giorni sarà sottoposto a nuovi e più approfonditi esami.
All’autopsia, che è stata interamente filmata, ha partecipato anche il consulente nominato dalla famiglia del nigeriano: si tratta di
Giulio Sacchetti, il perito del caso
Marta Russo, la giovane universitaria uccisa da un colpo di pistola nel cortile della facoltà “La Sapienza
”. Ma l’esame medico legale ha accertato anche un’altra cosa:
qualche mese fa il nigeriano aveva avuto un devastante infarto di
cui nessuno in carcere si era accorto.
LA FAMIGLIA. Il giovane nigeriano era entrato a
Castrogno il 27 giugno per scontare una pena di circa due anni
legata allo spaccio di droga. «Quando è entrato stava bene», hanno
detto la moglie e gli altri familiari, che ieri mattina sono
arrivati all’obitorio dell’ospedale teramano, «non aveva avuto
nessun infarto e non aveva problemi di nessun genere».
E invece, in carcere,
Uzoma Emeka di problemi
fisici ne aveva tanti. Vertigini continue, tanto che qualche
settimana fa era caduto mentre faceva la doccia; mal di testa e
vomito. «Sarebbe bastata una semplice Tac per capire quello che
aveva e magari salvarlo», dice l’avvocato della famiglia
Giulio Lazzaro, «il nostro perito sostiene che
tutte le patologie che si sono manifestate erano comporensibili.
Andava sottoposto a degli accertamenti. Era un detenuto modello,
non aveva mai avuto nessun tipo di censura. Aveva partecipato all’o
pera di riabilitazione con ottimi risultati». A Natale avrebbe
dovuto usufruire di un permesso premio per trascorrere le feste con
la famiglia. «Inizialmente non sapevo niente della sua
testimonianza», continua il legale, «ma la sua convivente sì. Per
questo era preoccupata. Mi aveva detto: non è che gli succede
qualcosa?»
ISPEZIONE IN CARCERE. E la morte del nigeriano ha
riacceso le luci sul carcere di Castrogno. Parallelamente all’i
nchiesta della procura, infatti, è stata aperta anche una inchiesta
amministrativa. Ieri mattina il provveditore regionale
Salvatore Acerra, si è presentato in carcere per
acquisire documenti e raccogliere alcune testimonianze. Materiale
che finirà sul tavolo del ministro della giustizia
Angiolino Alfano. Proprio qualche giorno fa,
intanto, è arrivata la notizia dei sei avvisi di garanzia emessi
dal sostituto procuratore
David Mancini per il
presunto pestaggio di un detenuto a cui si fa riferimento nell’a
udio shock finito sulle cronache nazionali. Un caso per cui l’ex
comandante della polizia penitenziaria
Giuseppe
Luzi è stato sospeso dal suo incarico.
22 dicembre 2009