«C'è un muro. Non possiamo andare da nessuna parte perché c’è un muro»

Le ultime parole di Silvana Angelucci di Castel Frentano in un video prima della tragedia: l'inutile attesa di una turbina che liberasse la strada

PESCARA. «Abbiamo un muro. Non possiamo andare da nessuna parte perché c’è un muro, e dietro a questo muro c’è la strada, che è sempre un muro. Tutto un muro». È il muro di neve che Silvana Angelucci, una delle 29 vittime di Rigopiano, mostra nel breve video girato con il telefonino la mattina del 18 gennaio, quando tutti gli ospiti dell’hotel, aiutati dal personale del resort, hanno liberato le macchine e montato le catene. E in coda, aspettano solo di poter tornare a casa. «Vedi», dice la parrucchiera di Castel Frentano dove con il marito Luciano Caporale gestiva un negozio molto conosciuto, «vedi», ripete mostrando le immagini che invia nella chat ai figli, «le macchine sono libere, noi siamo i primi, la fila è lunghissima ma siamo riusciti ad andare avanti. Il problema è che se non viene lo spazzaneve... è tutto un muro qua». È preoccupata Silvana, perché la neve che continua a scendere è davvero una gabbia. E fa vacillare anche il suo solare ottimismo, per poi riprendersi e dire «penso che ci verranno a sbrinare, sennò che dobbiamo fare? Non possiamo proprio così, prima o poi scendiamo». Ma poi chiede conforto al marito: «Che dici, scendiamo? Tu che dici?».
«Come scendiamo, certo», replica sorridente Luciano prima di salutare i figli su whatsapp: «Ciao ragazzi, guarda come stiamo».
Ma a leggere e ad ascoltare anche i messaggi che in quelle stesse ore, e fino a un minuto prima della valanga, invia all’esterno ognuno dei 40 presenti nell’albergo tra ospiti e dipendenti, vengono i brividi. Come pure a guardare le foto inviate ad amici e parenti per mostrare l’eccezionalità dell’evento. Perché con il passare delle ore i toni cambiano sensibilmente, con le scosse di terremoto che tra le 9 e le 14 circa arrivano a quattro e la turbina che nel frattempo non si vede. Nonostante le sollecitazioni, dirette o indirette, che partono dall’albergo, dalla proprietà e dagli stessi familiari all’esterno della struttura.
Ed ecco che dallo stupore si passa alla preoccupazione, se non alla rabbia registrata su social e whatsapp dai “prigionieri”. È quello che si percepisce dai messaggi audio che ancora Silvana Angelucci invia ai familiari qualche ora dopo il video della mattina, in cui si mostrava comunque fiduciosa nell’arrivo della turbina. Sono circa le 14, come riferisce il figlio Elia che da due mesi porta avanti il negozio lasciato dai genitori morti sotto quella maledetta valanga, quando arriva l’audio della mamma: «Sono riuscita a parlare con quello dello spazzaneve, ci sono delle situazioni di valanga giù in fondo, sono occupati, pure con questo fatto del terremoto. Sono occupati a sbrinare la neve dalle altre parti. Qua arriveranno tardi, è probabile che se si farà troppo tardi saremo costretti a rimanere. Mo ce l’hanno detto, ci mettiamo qua in questa zona che è tutta di legno, dicono che qua è sicuro, che lo stabile è sicuro, stasera stiamo qua, vediamo un po’ se si farà troppo tardi». È chiaro che la paura, in quelle ore, è esclusivamente il terremoto. Tant’è che quando arriva l’ultima scossa, quella più forte, il tono di Silvana è terrorizzato: «Ha rifatto un’altra scossa, per fortuna stiamo sotto

non è un problema», dice ai ragazzi, «però, insomma, non stiamo tranquilli, speriamo che riusciamo a ripartire subito ma ho i miei dubbi, perché, guarda qua...». Ancora le foto, ancora il muro di neve. Che alle 16,48 di quel pomeriggio diventa la loro tomba.
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