di Marco Camplone
Fu come dire: ci siamo anche noi. Trent’anni fa - domani ricorrerà l’evento - l’Abruzzo intero emerse dalle acque limacciose del calcio minore e conquistò un posto in serie A, dopo due spareggi mitici. Le vele spiegate del sorprendente Pescara, la poderosa spinta della regione “forte e gentile”, l’entusiamo irrefrenabile, le trasferte di massa. L’impossibile divenne possibile. Una squadra, una regione. Il Pescara, l’Abruzzo. L’idillio durò a lungo e suscitò simpatia in giro per l’Italia.
La promozione del Pescara nella massima serie, che allora era a 16 squadre con sole tre promozioni dalla B, fu un evento talmente sorprendente da scatenare anche commenti retorici sul tipo “è nata una stella”. Il Cagliari, certo di avere un diritto acquisito alla promozione in quanto figlio legittimo di “GiggiRiva”, ci mise due anni a riprendersi dal flop degli spareggi. La formula venne criticata a lungo sull’Isola. Non a Pescara e Bergamo... Si verificò che, al termine dell’estenuante galoppata dei cadetti, il Vicenza di Paolo Rossi arrivò primo, giusto un filino davanti a Pescara, Atalanta e Cagliari. Regolamento alla mano, il Vicenza fu subito promosso, mentre le tre seconde classificate si trovarono costrette a spareggiare perché c’erano solo due posti a disposizione.
Pescara e Cagliari, a Terni, inaugurarono la serie: 0-0. Poi, l’Atalanta sconfisse 2-1 gli isolani. Nel terzo confronto, a Bologna, il Pescara e l’Atalanta quasi mimarono la partita, condizionati dall’opportunità di essere promossi senza colpo ferire. Vennero registrati solo qualche acuto dei bianca
zzurri e l’espulsione dell’atalantino Tavola. Finì in pareggio
(0-0), come da pronostico, e le due squadre raggiunsero il Vicenza.
A Bergamo, dove la serie A era tutt’altro che una novità, fecero
una bella festa; a Pescara e in Abruzzo, da sempre periferia, si
scatenò il finimondo. I pescaresi, come gli altri abruzzesi, si
innamorarono piano piano di una squadra messa su senza squilli di
tromba, partita in surplace, ma capace di perentorie accelerazioni.
Calcio d’autore, quello di Giancarlo Cadè, un maestro il cui
talento venne solo in parte ripagato dagli allori professionali. Ne
avrebbe meritati di più. Ma quel calcio, più di quello odierno, era
un circolo quasi esclusivo, con troppi posti riservati a tempo
indeterminato.
Helenio Herrera, il Mago dell’Inter, in un’intervista, disse: «Anni
fa mi è capitato di essere sconfitto da un tale Cadè, sapete dirmi
chi allena ora?». L’uomo di Bergamo era a Pescara, in Abruzzo, a
lavorare sodo e senza roboanti dichiarazioni. Insegnò il
raggiungimento dei risultati attraverso il bel gioco. Lo stadio
Adriatico aveva un solo anello ai “distinti”, dove si accomodavano
anche i giornalisti, e alle “curve”. L’ampliamento venne realizzato
dopo la promozione. A fine campionato, il cassiere quasi non riuscì
a credere ai suoi occhi: incassi per un miliardo di lire.
E pensare che ci vollero 274 minuti di campionato per vedere il
primo gol biancazzurro. Lo firmò capitan Zucchini, al 4’ del primo
tempo, contro l’Ascoli. Dopo il pareggio di Zandoli, ci fu un
calcio di rigore e Nobili lo realizzò. Non si parla di una partita
qualsiasi nè di uomini tra i tanti. L’affermazione sull’Ascoli fu
la prima di una serie infinita e la coppia Vincenzo Zucchini-Bruno
Nobili, di lì a poco, entrò nella mitologia della tifoseria
biancazzurra.
Mitico era e rimane anche il presidente Armando Caldora, self made
man del campo delle costruzioni, famoso perché gli bastava una
stretta di mano per sancire affari milionari. Guai, però, a pensare
a un Pescara di magnifici solisti. Magnifica era l’orchestra. E a
dirigerla c’era Vincenzo Marinelli. Fu la promozione di tutti.
Anche dell’entusiasta dottor Mario Tocco e del massaggiatore Italo
Rapino.
Oggi è giusto ricordare chi, tra i protagonisti di quelle giornate
leggendarie, con c’è più: il già citato Caldora, il vice presidente
Taraborrelli, il talentuoso Masoni, l’estroverso Santucci, il
promettente portiere Giacomi, avvelenato dalle esalazioni di una
stufetta a gas mentre dormiva. Pescara si fermò per i suoi
funerali. Piloni, Motta, Mosti...
La poesia fu imparata a memoria da tutti i calciofili abruzzesi. Ci
vollero dieci anni prima che ve venisse vergata una altrettanto
bella: Gatta, Benini, Camplone... I cavalieri di Cadè fecero un’i
mpresa impensabile. Le difficoltà iniziali, dato gli altisonanti
nomi degli avversari, sono da capire: Braida, ora manager del
Milan, furoreggiava nel Monza; Rossi e Altobelli, di lì a poco star
del Mondiale di Spagna, guidavano Vicenza e Brescia; e a Cagliari c’
era un certo Pietro Paolo Virdis, destinato a fare benino nella
Juve e benissimo nel Milan.
Una promozione fiabesca non può prescindere da partite
straordinarie. Tra le tante, due fecero storia: le vittorie a
Vicenza e Ferrara. Il confronto del Romeo Menti venne deciso da
Giorgio Repetto, centopolmoni del centrocampo che in biancazzurro
vinse un altro campionato di B e uno di C1. L’assist glielo servì
Marco Masoni. A Ferrara, invece, i biancazzurri passarono d’a
utorità: 1, 2, 3, 4 gol, prima di un comprensibile calo di tensione
che permise ai locali di segnare due volte. Era l’ultima di
campionato e la vittoria non poteva essere fallita.
Spettacolo e gol. Ma senza un vero bomber. Prunecchi e La Rosa non
erano certo concorrenti accreditati dei big della categoria. E il
giovane Di Michele, pescarese cresciuto nel Giulianova, aveva la
scorza ancora acerba. Le geometrie di Cadè portarono al tiro anche
chi fino a quella stagione non aveva mai preso in considerazione la
possibilità di segnare. Giuliano Andreuzza, stopper vecchia scuola,
fece centro contro Samb e Rimini.
10 luglio 2007