di Simona De Leonardis
PESCARA. Parlavano con accento siciliano e in Sicilia i poliziotti della Mobile sono andati a cercarli. A distanza di tre mesi dalla rapina alla Banca popolare di Puglia e Basilicata di viale Marconi, la squadra Mobile diretta da
Pierfrancesco Muriana ha arrestato i presunti autori di quel colpo da 105mila euro, soldi di cui però si sono perse le tracce. Si tratta dei palermitani
Fabio Machì e
Giovanni Amodeo, 27 e 24 anni ma con un curriculum, dicono gli investigatori, da «rapinatori di professione» specializzati in uffici postali. Una sicurezza che i due hanno mostrato in ogni mossa da quando, a volto scoperto, poco prima delle sette e mezza di quel martedì 8 novembre, hanno aspettato che il direttore arrivasse per aprire la filiale e con la scusa di chiedergli un'informazione gli si sono avvicinati mostrandogli subito la pistola. Sotto la minaccia dell'arma lo hanno accompagnato dentro dove, per circa 30 minuti, dopo l'arrivo di un'impiegata e del vice direttore che aveva la chiave della cassaforte, hanno atteso che scattasse il meccanismo a tempo per aprirla e svaligiarla, stando ben attenti a non prendere la mazzetta civetta. Sicuri e decisi, prima di uscire con il bottino da 105mila euro i due hanno perfino stretto la mano al direttore per non insospettire i clienti, in attesa dell'apertura sul marciapiede di viale Marconi. Eppure qualche errore l'anno commesso i due, professionisti al punto da utilizzare ripetutamente un nome diverso, Salvo, per depistare le indagini. Sicuri
che nessuno li avrebbe riconosciuti data la lontananza dalla Sicilia, i rapinatori hanno fatto tutto a volto scoperto rimanendo per trenta minuti viso a viso con i tre dipendenti e, soprattutto, sotto l'occhio delle telecamere di videosorveglianza. Ben consapevoli di essere ripresi, prima di allontanarsi con il bottino hanno anche chiesto la registrazione di quelle immagini, ma il videoregistratore era in una cassetta con apertura a tempo. E ci hanno rinunciato. Ancora, nel parlare e nel dare indicazioni agli impiegati, non si sono preoccupati di mascherare, o comunque non ci sono riusciti, il loro forte accento siciliano. Con i fotogrammi delle telecamere e l'indicazione della cadenza dialettale fornita dai testimoni (che avevano parlato di due uomini sui 30 anni di statura normale di cui uno con il viso butterato), gli investigatori della sezione Antirapine coordinati dal sostituto commissario
Mauro Sablone hanno imboccato subito la pista che li portava in Sicilia diramando quelle immagini ai comandi di polizia e carabinieri di Palermo e Catania. È bastato aspettare e sono arrivati gli arresti di Fabio Machì, sorvegliato speciale di pubblica sicurezza, e di Giovanni Amodeo. Quest'ultimo da dicembre è rinchiuso nel carcere palermitano dell'Ucciardone per essere evaso dagli arresti domiciliari nello stesso periodo in cui è stata compiuta la rapina a Pescara. Si tratta ora di capire chi gli ha fornito appoggio a Pescara. Perchè in città, gli investigatori ne sono certi, qualcuno li ha aiutati.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
17 febbraio 2012
Altri contenuti
- Sulle persone citate
-
- Sugli stessi luoghi
-