C’è un Abruzzo che sta vincendo la sua battaglia contro la neve. E’ l’Abruzzo dei volontari che alle sei del mattino sono già mobilitati per dare aiuto dove c’è bisogno. E’ l’Abruzzo dei vigili del Fuoco, delle forze dell’ordine, dei 118 e dei medici che non si risparmiano per soccorrere i malati, aiutare chi è in difficoltà, rispondere alle chiamate. E’ l’Abruzzo dei sindaci dei piccoli paesi lasciati soli sotto la Grande Nevicata che si sono messi al lavoro per la loro comunità sommersa dal bianco. E’ l’Abruzzo dei cittadini, della gente che si è organizzata, che ha affrontato l’emergenza con calma mista a rassegnazione per le inefficienze che vedeva in giro, ma che ha dato prova di forza, solidarietà, generosità.
E’ l’Abruzzo del web che attraverso il nostro sito o con i messaggi su Twitter o Facebook ha fatto girare informazioni, parole d’ordine, avvertimenti, e giudicato senza indulgenza la gestione dell’emergenza (Ai politici: “Basta poltrone, andate a spalare”). E c’è un Abruzzo che gioca male la partita della neve, che segna una sconfitta. E’ l’Abruzzo di troppe istituzioni, in primo luogo della Regione e del suo presidente Chiodi, o di sindaci di importanti città, come quello di Pescara, Mascia, che messi davanti alla prova difficile hanno deluso.
Nella lista temo di dovere inserire anche il vertice organizzativo di una Protezione Civile indebolita dalla gestione di Bertolaso e alcuni prefetti che, in una Regione che ha avuto un disastroso terremoto, dovrebbero essere una macchina efficiente, pronta a scattare. Invece, abbiamo v
isto mentalità burocratica vecchia, ritardi di sempre, arroganze
nuove.
La crisi della neve può forse essere letta come una metafora della
crisi delle forze di governo dell'Abruzzo e delle sue istituzioni.
Avrei preferito poter scrivere il contrario: riconoscere a Chiodi e
ad altri la tempestività, la rapidità, l'efficienza dell'intervento
di fronte all'emergenza meteorologica. Purtroppo, la nostra classe
dirigente e le nostre istituzioni, spesso, hanno dimostrato di non
essere in grado di prevedere, prevenire, programmare, intervenire.
Basta dire che la Regione ha dichiarato lo stato d'emergenza dopo
72 ore, quando ormai da ore il nostro giornale era in edicola con
un titolo eloquente: "Stato di emergenza". Ma non è mancata solo la
prontezza.
E' mancata anche la capacità di coordinamento tra i diversi attori,
quel gioco di squadra che invece volontari, cittadini, istituzioni
vicine alla gente hanno messo in atto spontaneamente e che, in
molte occasioni, ci hanno consentito di affrontare e contenere i
pesanti problemi causati della neve. Questo limite è emerso con
evidenza con la Regione: prima che si muovesse e riuscisse a
riunire attorno a un tavolo i responsabili, sono passati giorni.
Dopo, è vero, le cose sono un po' migliorate. Ma dopo. In questi
casi, è fondamentale agire prima. Non farsi cogliere impreparati.
Giocare d'anticipo. Essere sul ponte della nave quando arriva la
tempesta perfetta. Anche in Abruzzo c'è stato qualcuno, tra i quali
il nostro giornale, che ha dovuto dire come all'isola del Giglio:
"Tornate sulla nave!". I nostri si rivelano più bravi nella
propaganda; fanno inutili giri elettorali come a Pescara che, fino
a poche ore prima, era paralizzata dai pochi mezzi contro la neve e
dalla mancanza di un'organizzazione seria in campo. Eppure, la neve
non è una novità in Abruzzo.
E' una novità, semmai, la forza con cui è caduta sul nostro
territorio. Anche in questo caso, era tutto previsto. Ecco il
punto: i bollettini avevano avvisato di quello che stava arrivando.
Previsto, però, per chi ha la cultura della prevenzione e della
programmazione, certo non quella del vivere alla giornata, senza
strategie in nessun campo decisivo, neppure sulla ricostruzione del
dopo terremoto. Figuriamoci per la neve. A raccontarsela sono
bravi; a darsi buone pagelle da soli, in questo sono campioni. Solo
che la società abruzzese, giustamente, è sempre meno disposta a
prestare attenzione al "parlare", mentre soppesa sempre più il
"fare". E quando si tratta di fare, qui nel pubblico patiamo molta
fatica.
Dovremmo saperlo che in futuro saremo obbligati a fare i conti con
condizioni meteorologiche anomale. Le ragioni le hanno spiegate gli
scienziati: il grande freddo dipende dal grande caldo. Il caldo
estivo fuori norma e la temperatura del pianeta che sale anche per
l'inquinamento stanno fondendo i ghiacci artici. Sembra che
manchino 3 milioni di kmq di banchisa polare rispetto a trent'anni
fa. Il calore del sole, spiegano gli esperti, non viene disperso
dal riflesso di quei ghiacci, ma riscalda i mari e l'atmosfera. I
venti occidentali non riescono a fermare quelli freddi siberiani,
che arrivano senza barriere e investono il Mediterraneo. Di
conseguenza, l'estremizzazione del clima sta diventando una regola.
Per il terremoto sappiamo che dobbiamo costruire secondo
determinati parametri. Ma per il tempo anomalo che cosa facciamo?
In Abruzzo forse sappiamo fare solo una cosa: aspettare che
l'irreparabile accada, poi chiudere scuole, uffici, farci prestare
gli spazzaneve dal Veneto, e sperare nella buona sorte. Come si
faceva nel Medio Evo. Solo che siamo nel 2012.
Dovremmo imparare che l'investimento in sicurezza non deve essere
considerato un costo, ma appunto un investimento. Ci farà
risparmiare sui danni della prossima emergenza, che ci sarà
probabilmente, se gli scienziati hanno ragione. Siamo sotto la neve
da otto giorni e abbiamo contato 8 vittime, un bilancio
insopportabile. Che cosa potrebbe fare la nostra Regione? Innanzi
tutto, dotarsi di un'unità di crisi permanente per fronteggiare
eventuali rischi naturali. Poi, deve affidarsi a professionisti del
settore, quella figura del "disaster manager" (formati come tali)
che in altri paesi esiste da tempo. Riduciamo gli stipendi di
assessori e consiglieri, tagliamo un po' dirigenti inutili, e
dotiamoci di un vertice snello e efficiente. Siamo una Regione
colpita da un terremoto che ha sofferto 309 morti, non possiamo
farci sorprendere dall'imprevisto che si può prevedere. Poi occorre
avere piani seri per le emergenze, coinvolgere comuni e cittadini,
se necessario. Ci hanno spiegato che dobbiamo convivere con il
rischio naturale, non possiamo chiudere ogni volta la regione per
neve. Il Nord Europa non smette di esportare per le grandi
nevicate. Insomma, anche in questo caso si torna al nucleo centrale
della crisi della classe politica qui in Abruzzo e in Italia:
l'incapacità di dare risposte adeguate alle nuove sfide,
l'inadeguatezza a pensare progetti di lungo termine, la fragilità
nella costruzione di istituzioni efficienti.
12 febbraio 2012