La scrittrice di Giulianova, autrice del romanzo “La neve in tasca” edito da Duende, ha scritto questo racconto per il Centro.
Stanotte ho bussato alla tua porta. La neve lambiva il cancello socchiuso e le orme azzurrine irrigidivano al suono dei miei passi. Perdonami. So che il tuo sonno vibra leggero come ali di falene e ti ferisci alle foglie contorte del vento invernale, ma ho parole da consegnarti. La grande finestra schiaffeggia la minuscola fontana. È una vecchia contessa affacciata sull’orto. Guardo dentro. Le cose riposano. Pulviscoli fluttuano leggeri, solo per posarsi, dopo un breve volo. Poi, tutto torna nella complessa geometria dei tuoi spazi. Basta poco per incidere le tue carni. Una piccola ciotola rosa tradisce la gelida coltre. Qual è il suo nome? Vedo le tue dita planare leggere su quella tempesta di macchie. Stai sognando. Papà ti accarezza e serra i tuoi occhi che si negano al sonno. Strofino le mani contro il vetro. Dio mio, vi vedo ancora. Le grandi mani di papà, seguono le linee perfette del tuo corpo. Sei fianchi suoi, pelle sua, caldo suo, donna sua. Annuisci e sospiri. Origli suoni ancestrali, imprimi le movenze poi, batti la bacchetta sul leggio e l’orchestra segue il rapido librarsi delle tue mani. Il camino è spento.
L'ultimo tizzone rimanda bagliori vermigli sulle losanghe del tappeto, annodato da lontane dita annerite. Niente bachi ubriachi di misture in cui moriranno. Siamo punti convenzionali, punti cardinali. Voglio essere il tuo Nord per restare accanto alla stella Polare. Per sempre.
r /> Dentro una foto, tu e la tua amica, irrigidite nella notte
dei faraoni, e vi avvolgete nei copricapi dei deserti. Guardo
ancora. Eccola, l'oca vestita da signora, con il grembiule da
cucina e gli occhiali sul naso. Osserva e controlla come un
giocattolo vero. A che età si diventa grandi mamma?
Asciugo una lacrima. È un sacco di sabbia che non fermerà il mare.
Le radici di un albero sollevano l'asfalto e la neve. Il sublime
non ha paura. Un disagio lanuginoso si appropria del mio
respiro.
Una notte papà udì il mio fruscio. Tornò due volte sui suoi passi
e ogni volta scostò le piante allineate, dividendole con forza. Si
voltò un'ultima volta prima di serrare il portone a doppia mandata.
Perché non hai lasciato l'uscio socchiuso papà, fingendo una dolce
disattenzione? Sarebbe stata una faccenda da uomini. Da scudi che
irradiano le valli.
Ridi al sonno. Dormile accanto, papà. Tieni d'occhio le sue ombre,
affonda nel suo respiro. È topazio puro e il suo riflesso
immobilizza i nemici. Dio, come nella sua assenza, la tua immensa
statura sa rimpicciolire e crollare come marionetta nelle mani di
un lesto burattinaio! Che senso avrebbe questa casa, il boccale
tirolese che sovrasta la cappa della cucina, le candele ricamate in
finissimo nido d'ape, quelle bottiglie di vino da guardare, l'otre
panciuta dentro la quale si dimenano rami blu cobalto? Qualcuno sa
dirmi il senso delle conchiglie sparse sul bordo dell'immensa vasca
intonsa, confusa fra minuscoli oggetti? O la luce d'arancia che
ogni sera si staglia sulle righe del libro finito fra suoi seni,
irti come mausolei? Che senso avrebbe tutto questo, senza te,
mamma?
Se chiudessi gli occhi saprei ridisegnarti. Quale ruga porta il
mio nome?
Le prime luci si insinuano sulla tua coperta di girasoli. Fra un
po' i tuoi occhietti di allodola sbirceranno la piazza e la fontana
ghiacciata. Rabbrividirai cercando l'omino obeso che indossa un tuo
vecchio cappello e fiutando l'aria tersa del mattino chiamerai il
tuo gatto. Dove sei stato, eh piccolo? È l'alba. Papà alza il
bavero della giacca e guida i suoi piedi di roccia. Destino dei
nati uomini. Fissa inebetito le piccole orme che ondeggiano sulla
siepe, si schermisce e asciuga il tepore vigliacco che scende a sua
insaputa. L'aria gelida patteggia con le lacrime. Ho già imparato,
papà, sono uomo di uomo. Dammi pure il nome che immagini, quello
che non esiste sul libro impolverato che la mamma nasconde
nell'ultimo ripiano dell'armadio, fra i doni del matrimonio che
invecchiano cedendo canuti luccichii. Io sarò quel nome, te lo
giuro. Guiderò imperi, ammansirò leoni, guarderò Gerusalemme, sarò
vecchio e intreccerò paglia nelle ossa nodose di sedie nude, come
tuo nonno. Sarò un amico perduto, un amore nascosto e mutato.
So' tutto papà. Io c'ero il giorno in cui l'uomo dal camice senza
colore disse alla mamma, che non sarei mai arrivato e lei aveva
pianto dentro il tuo cappotto. C'ero, quando obbedì alla
distrazione e acquistò colori spenti e dipinse fiori dalle foglie
che morivano planando sull'erba ingiallita e secca. Foglie che
abbandonavano corolle piegate al sole, malate di vita.
Silenzio. La neve tace. Zitti i tuoi quadri e gli allegri
ballerini di Renoir che guardano fuori dalla cornice, con i gialli
cappelli stretti fra le mani, allontanando i loro bicchieri e
nascondendo nelle pieghe degli abiti colorati l'allegria, la
serenità e l'euforia di cui godevano pochi attimi fa, prima che
fossi qui. E se tu aprissi la finestra ora? Aliterei sulle siepi
perché la neve si sciolga e tu possa inebriarti di biancospino, di
tamaro, di rovo e di rosa selvatica. E' solo questione di tempo, mi
ripeto. Io so che una notte, scalza e tremante tu giurerai di aver
udito un respiro, spalancherai le vesti e mi accoglierai dentro il
tuo ventre caldo. Ti rannicchierai sui gradini, ignara del viscido
manto muschiato della notte e riderai.
Siamo alberi che crescono lunghe le rive dei fiumi, siamo forti
più di tutti i mai. Tu mi attendi, tremante e spaurita ma mi
attendi. Lo so. Ho rispetto della tua paura e taccio al tuo
scuotere il viso dal mento tremulo. Sto di vedetta come un soldato,
nascosto fra i merli del castello. Mi lascio andare, seguo il corso
delle tue rapide e riposo nella tua calma piatta. Mi allontano
lentamente. È l'alba. La nostra casa sembra un neo su un viso da
sposa. Serenità mamma. Dentro la tasca del mio cappotto stringo i
tuoi occhi e la tua bocca incisa da raffinati artisti. E canto
felice. Io sono il nulla e il mondo. Esile carta di riso, neve
impercettibile e inavvertibile. Chiamami e ti mostrerò la
terra.
Sono il braccio tuo, la gamba tua, gli occhi e il cuore tuo. Sono
il bimbo che avrai.
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10 febbraio 2012