Di neve e d'amore

di Patrizia Di Donato

      La scrittrice di Giulianova, autrice del romanzo “La neve in tasca” edito da Duende, ha scritto questo racconto per il Centro.

    Stanotte ho bussato alla tua porta. La neve lambiva il cancello socchiuso e le orme azzurrine irrigidivano al suono dei miei passi. Perdonami. So che il tuo sonno vibra leggero come ali di falene e ti ferisci alle foglie contorte del vento invernale, ma ho parole da consegnarti. La grande finestra schiaffeggia la minuscola fontana. È una vecchia contessa affacciata sull’orto. Guardo dentro. Le cose riposano. Pulviscoli fluttuano leggeri, solo per posarsi, dopo un breve volo. Poi, tutto torna nella complessa geometria dei tuoi spazi. Basta poco per incidere le tue carni. Una piccola ciotola rosa tradisce la gelida coltre. Qual è il suo nome? Vedo le tue dita planare leggere su quella tempesta di macchie. Stai sognando. Papà ti accarezza e serra i tuoi occhi che si negano al sonno. Strofino le mani contro il vetro. Dio mio, vi vedo ancora. Le grandi mani di papà, seguono le linee perfette del tuo corpo. Sei fianchi suoi, pelle sua, caldo suo, donna sua. Annuisci e sospiri. Origli suoni ancestrali, imprimi le movenze poi, batti la bacchetta sul leggio e l’orchestra segue il rapido librarsi delle tue mani. Il camino è spento.

    L'ultimo tizzone rimanda bagliori vermigli sulle losanghe del tappeto, annodato da lontane dita annerite. Niente bachi ubriachi di misture in cui moriranno. Siamo punti convenzionali, punti cardinali. Voglio essere il tuo Nord per restare accanto alla stella Polare. Per sempre.
    r /> Dentro una foto, tu e la tua amica, irrigidite nella notte dei faraoni, e vi avvolgete nei copricapi dei deserti. Guardo ancora. Eccola, l'oca vestita da signora, con il grembiule da cucina e gli occhiali sul naso. Osserva e controlla come un giocattolo vero. A che età si diventa grandi mamma?

    Asciugo una lacrima. È un sacco di sabbia che non fermerà il mare. Le radici di un albero sollevano l'asfalto e la neve. Il sublime non ha paura. Un disagio lanuginoso si appropria del mio respiro.

    Una notte papà udì il mio fruscio. Tornò due volte sui suoi passi e ogni volta scostò le piante allineate, dividendole con forza. Si voltò un'ultima volta prima di serrare il portone a doppia mandata. Perché non hai lasciato l'uscio socchiuso papà, fingendo una dolce disattenzione? Sarebbe stata una faccenda da uomini. Da scudi che irradiano le valli.

    Ridi al sonno. Dormile accanto, papà. Tieni d'occhio le sue ombre, affonda nel suo respiro. È topazio puro e il suo riflesso immobilizza i nemici. Dio, come nella sua assenza, la tua immensa statura sa rimpicciolire e crollare come marionetta nelle mani di un lesto burattinaio! Che senso avrebbe questa casa, il boccale tirolese che sovrasta la cappa della cucina, le candele ricamate in finissimo nido d'ape, quelle bottiglie di vino da guardare, l'otre panciuta dentro la quale si dimenano rami blu cobalto? Qualcuno sa dirmi il senso delle conchiglie sparse sul bordo dell'immensa vasca intonsa, confusa fra minuscoli oggetti? O la luce d'arancia che ogni sera si staglia sulle righe del libro finito fra suoi seni, irti come mausolei? Che senso avrebbe tutto questo, senza te, mamma?

    Se chiudessi gli occhi saprei ridisegnarti. Quale ruga porta il mio nome?

    Le prime luci si insinuano sulla tua coperta di girasoli. Fra un po' i tuoi occhietti di allodola sbirceranno la piazza e la fontana ghiacciata. Rabbrividirai cercando l'omino obeso che indossa un tuo vecchio cappello e fiutando l'aria tersa del mattino chiamerai il tuo gatto. Dove sei stato, eh piccolo? È l'alba. Papà alza il bavero della giacca e guida i suoi piedi di roccia. Destino dei nati uomini. Fissa inebetito le piccole orme che ondeggiano sulla siepe, si schermisce e asciuga il tepore vigliacco che scende a sua insaputa. L'aria gelida patteggia con le lacrime. Ho già imparato, papà, sono uomo di uomo. Dammi pure il nome che immagini, quello che non esiste sul libro impolverato che la mamma nasconde nell'ultimo ripiano dell'armadio, fra i doni del matrimonio che invecchiano cedendo canuti luccichii. Io sarò quel nome, te lo giuro. Guiderò imperi, ammansirò leoni, guarderò Gerusalemme, sarò vecchio e intreccerò paglia nelle ossa nodose di sedie nude, come tuo nonno. Sarò un amico perduto, un amore nascosto e mutato.

    So' tutto papà. Io c'ero il giorno in cui l'uomo dal camice senza colore disse alla mamma, che non sarei mai arrivato e lei aveva pianto dentro il tuo cappotto. C'ero, quando obbedì alla distrazione e acquistò colori spenti e dipinse fiori dalle foglie che morivano planando sull'erba ingiallita e secca. Foglie che abbandonavano corolle piegate al sole, malate di vita.
    Silenzio. La neve tace. Zitti i tuoi quadri e gli allegri ballerini di Renoir che guardano fuori dalla cornice, con i gialli cappelli stretti fra le mani, allontanando i loro bicchieri e nascondendo nelle pieghe degli abiti colorati l'allegria, la serenità e l'euforia di cui godevano pochi attimi fa, prima che fossi qui. E se tu aprissi la finestra ora? Aliterei sulle siepi perché la neve si sciolga e tu possa inebriarti di biancospino, di tamaro, di rovo e di rosa selvatica. E' solo questione di tempo, mi ripeto. Io so che una notte, scalza e tremante tu giurerai di aver udito un respiro, spalancherai le vesti e mi accoglierai dentro il tuo ventre caldo. Ti rannicchierai sui gradini, ignara del viscido manto muschiato della notte e riderai.

    Siamo alberi che crescono lunghe le rive dei fiumi, siamo forti più di tutti i mai. Tu mi attendi, tremante e spaurita ma mi attendi. Lo so. Ho rispetto della tua paura e taccio al tuo scuotere il viso dal mento tremulo. Sto di vedetta come un soldato, nascosto fra i merli del castello. Mi lascio andare, seguo il corso delle tue rapide e riposo nella tua calma piatta. Mi allontano lentamente. È l'alba. La nostra casa sembra un neo su un viso da sposa. Serenità mamma. Dentro la tasca del mio cappotto stringo i tuoi occhi e la tua bocca incisa da raffinati artisti. E canto felice. Io sono il nulla e il mondo. Esile carta di riso, neve impercettibile e inavvertibile. Chiamami e ti mostrerò la terra.

    Sono il braccio tuo, la gamba tua, gli occhi e il cuore tuo. Sono il bimbo che avrai.

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

    10 febbraio 2012
     

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