Il grafico pubblicitario e scrittore di Pescara, autore del romanzo “Irregolare”, ha scritto questo racconto per il Centro. Miliardi di fiocchi di neve si addensano nel cielo color piombo. Scendono lentamente, inesorabilmente, soffocando la città in una morsa monocromatica. Nella magia dell’infinita diversità della natura, ogni cristallo di ghiaccio differisce dall’altro, proprio come i minuscoli granelli di sabbia della spiaggia, proprio come i migliaia di aghi della pineta, proprio come ogni uomo. No, come ogni uomo non più ormai: un tempo eravamo pezzi unici, simili ma assolutamente diversi, mentre oggi siamo tutti perfettamente uguali. Oggi siamo tutti cloni.
Mi scrollo di dosso il bianco che si è accumulato sulle spalle e dirigo lo sguardo in alto, verso i fiocchi che cadono giù dal cielo lattiginoso, cercando di individuare la loro complessa simmetria esagonale. buffo pensare all’unicità della vita osservando un semplice evento atmosferico come la rapida condensazione di un impalpabile vapore acqueo. Eppure lo sto facendo, sto riflettendo sulla meraviglia di essere unici.
Strano, nella mia testa non dovrebbe nascere un simile pensiero: ho la struttura genetica identica a tutti gli altri uomini, sono stato concepito in provetta e sono cresciuto in vasca senza alcuna contaminazione esterna, e il mio intero bagaglio socioculturale deriva direttamente da impulsi elettrochimici generati da un computer.
Io sono solo un numero, più precisamente un codice; non godo neanche del beneficio di avere un nome p
ersonale di cui vantarmi. L’unica differenza rispetto agli altri
cloni è la mia professione.
Sono un guardiano. Ho un fucile, un binocolo IR, una mimetica
invernale completa di guanti, anfibi e berretto, un pesante zaino
pieno di cianfrusaglie e una radio militare a lungo raggio. Il mio
compito è quello di difendere il perimetro dagli animali pericolosi
che circolano nei paraggi dell’accampamento, attirati dai fuochi o
dall’odore di cibo. Generalmente sono mustelidi e branchi di lupi,
a volte temibili orsi polari.
Un tempo l’Italia si trovava nella fascia climatica temperata, ma
da quando l’asse di rotazione terrestre si è spostato, il
territorio ha assunto caratteristiche subpolari. Secondo le
coordinate satellitari, in questo momento io e la squadra stiamo
attraversando la regione chiamata Abruzzo. In particolare, l’area
dove ci troviamo adesso era una città di mare, molto bella a
giudicare dai mozziconi di infrastrutture che sbucano dall’o
nnipresente manto nevoso. Sono giorni che perlustriamo queste zone
e abbiamo quasi terminato l’esplorazione. Neanche qui abbiamo
trovato sopravvissuti. Presto ci rimetteremo in marcia e
continueremo a scendere lungo la penisola.
Continuo a guardare i fiocchi di neve finché non scorgo un collega
clone sbucare da dietro una collinetta bianca: sta arrivando dal
campo base a darmi il cambio di guardia. Indossa la mia stessa
divisa e trasporta la medesima attrezzatura. come se mi guardassi
allo specchio, se non fosse che io sono ricoperto di neve e
intirizzito dal freddo, con la punta del naso che sembra un
ghiacciolo.
«Tutto tranquillo?» mi chiede una volta giunto.
Annuisco battendo i piedi e rimettendomi il fucile a tracolla. «La
parte peggiore è superare la noia. tutto così bianco, così
silenzioso. Nella quiete della solitudine i pensieri corrono
veloci. A volte mi sembra di assentarmi e scivolare tra le pieghe
del tempo. Non so se sono riuscito a spiegarmi». Il clone mi fissa
con aria interrogativa: «Qualche pensiero in particolare?».
«Meditavo sulla struttura cristallina dei fiocchi di neve: non ne
esiste una uguale all’altra. La loro singolarità è straordinaria.
In passato anche gli uomini erano unici e irripetibili. Riesci a
immaginare che sensazione si potrebbe provare?». Osservo l’uomo al
mio fianco alzare la testa e scrutare il cielo, con gli stessi
gesti lenti e misurati che avevo compiuto io poche ore prima.
Vivere in una società composta da individui clonati equivale a
sperimentare una sorta di incessante dejà-vu.
Il clone torna a guardarmi, stavolta con aria di chi la sa lunga.
«Anche noi, per quanto copie perfettamente identiche le une alle
altre, possiamo distinguerci e diventare unici». La rivelazione mi
lascia stupefatto. Rimango in silenzio reverenziale, in attesa di
ascoltare il resto.
«Il segreto è nell’esperienza. Veniamo al mondo tutti uguali, ma
in seguito ognuno percorre la sua strada e vive le proprie
esperienze. Ogni evento, piccolo o grande, anche quello più
insignificante, ha la forza di trasformarci e renderci diversi.
Accade poco alla volta, come il vento che smussa le asperità della
terra, come gocce d’acqua che scavano nella roccia». Torniamo
insieme a guardare il cielo, con movimenti sincroni. Finalmente
capisco. Basta poco per essere se stessi, basta un nonnulla per
distinguersi.
Basta anche un fiocco di neve.
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9 febbraio 2012