Il quadro e la neve

di Renato Minore

      Il giornalista, scrittore e poeta nato a Chieti, vincitore di importanti premi di letteratura e critica, direttore artistico della sezione letteratura a Castelbasso, ha scritto questo racconto per i lettori del Centro.

    Se penso alla neve, la prima immagine che affiora alla memoria è un quadro. Anzi, la sua riproduzione serrata in una cornicetta rettangolare nera che spiccava nel salotto buono di mia nonna a Chieti, proprio sopra il pianoforte con i ninnoli e le cineserie in bella posa, il carillon, la ballerina, la posata d’argento, le piccole cose che facevano decoro in uno spazio riservato alle grandi occasioni, come la festicciola per la mia prima comunione. Era il dipinto di un mondo congelato che stendeva sulla parete l’azzurro spento di un cielo invernale, con cacciatori stanchi in lotta contro il vento e la neve per raggiungere il loro villaggio e con il laghetto ghiacciato sul quale qualcuno sta pattinando.

    I cacciatori camminano con cautela tra le strisce nere verticali dei tronchi d'albero, trascinando la magra selvaggina, una volpe, superando la locanda dove alcuni contadini stanno strinando un maiale su un fuoco trasformato dal vento in una fornace. I rami al di sopra sono carichi di neve sul punto di cadere. Sul lago ghiacciato i bambini giocano appena incurvati. Girate girate trottole di legno, tutto ciò che gira invita alla gaiezza e al movimento felice Quella stampa, lo scoprii molti anni anno più tardi, era un famosissimo quadro di Bruegel, "Cacciatori nella neve" del 1565. Mi capitò di ammirarlo nell'ala orientale
    del Kunsthistorisches Museum di Vienna che ospita la collezione d'arte dell'Impero asburgico, una raccolta d'inestimabili tesori riunita da una dinastia che ha governato l'Europa per cinquecento anni. Ero di nuovo davanti a quel quadro, ma questa volta guardavo l'originale. Era più grande di quanto mi aspettassi - forse un metro e mezzo di larghezza - e i dettagli molto più evidenti. Il punto di vista dell'osservatore si trova in cima alla bassa collina, di fianco a un cespuglio di more secco e appesantito da cristalli di ghiaccio: guarda l'ampia vallata in direzione di un fantastico gruppo montuoso le cui pendici si allungano verso una città al limitare di un mare ghiacciato, circondata da mura. Il gruppo di cacciatori è appena entrato nella scena sulla destra e si fa strada tra cumuli di neve e il vento con un branco di cani affamati. Gli uccelli in cielo e sugli alberi sembrano schernire i cacciatori, così come le impronte fresche di selvaggina che solcano la neve alla loro destra.

    Sotto la collina vanno in scena le occupazioni quotidiane: un uomo su una corta scala appoggiata al tetto getta neve sul camino che aveva preso fuoco, mentre i vicini si accostano all'abitazione con una scala più lunga. Una coppia si tiene romanticamente per mano mentre tre bambini la superano pattinando in formazione. Sembra quasi di sentire le loro urla salire lungo la collina. Una ragazza in grembiule trascina sul lago un'amica o la sorella su uno slittino. Il mulino ad acqua è fermo.

    Cos'ha visto Bruegel guardando la terra ricoperta di neve? Non certo miseria. Il suo è uno sguardo più equilibrato, come il ricordo di un momento di calma e pace nel piacere dell'inverno. Sono giorni duri, come dicono le schiene curve dei cacciatori, ma anche giorni di divertimento e di svago. C'è la caccia e la raccolta della legna, le altre attività sono sospese. La gente è fuori di casa a divertirsi nella giornata luminosa, il ghiaccio rinnova il paesaggio. Anche il tempo dei bambini, dell'innocenza, del gioco, delle storie d'amore. Bruegel racconta in modo semplice e trasparente come il mondo (e non solo il mondo del Cinquecento, dove la "piccola era glaciale" aveva avuto effetti durissimi su una società agricola che dipendeva dall'arrivo del sole e della pioggia in determinate stagioni) reagisce alla neve. Non conoscendo ancora la montagna e pochissimo la neve, tutte queste figure intraviste in una riproduzione molto ridotta e forse non perfetta, rappresentavano per me un mondo irreale, avvolto da un'aura magica, fiabesca, che col tempo, chissà perché, non era andata perduta.

    Nella mia fantasia di bambino, avevo pensato spesso che la scena bloccata in un'irreale immobilità che congela il movimento - il piccolo che stringe la mano alla madre, gli uccelli in cielo, la distesa delle piccole case tutte innevate - facesse parte dell'esistenza precedente e lontanissima di mia nonna. Che fosse, che so, una vecchia foto stampata in modo singolare, con qualcosa di antico e irrimediabilmente perduto, che però tornava a rivivere nel momento in cui si guardava la stramba immagine, provando una soddisfazione profonda e anche una fonte inesauribile di divertimento nel ritornare incessantemente al punto di partenza un po' misterioso. Era proprio una scena della gioventù di mia nonna? Non riuscivo a immaginare un tempo più remoto di quello. E dove? Quali montagne si tuffavano da tali altitudini in una pianura di campi alluvionati? Cosa c'era scritto sull'insegna della locanda, e in che lingua?

    Il quadro che avevo ammirato a Vienna era lo stesso della stampa di Chieti, ma era anche molto molto diverso. E chissà perché pensai che una sua didascalia apocrifa sarebbero potuti essere i versi tanto amati di Robert Frost che in questo caso avrebbero potuto "spiegare" sia la stampa sia il quadro: "So che ogni assalto della morte invernale/ contro la terra è fallito: la neve può ammucchiarsi/ in lunghe tormente di quattro palmi profonda/ misurata sull'acero, la betulla e la quercia,/ma non può far tacere la raganella d'argento". E un dubbio accomunava in ogni caso il bambino di Chieti al visitatore di Vienna: "Che sarà della neve/che sarà di noi"?

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

    8 febbraio 2012
     

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