La scrittrice di Pescara, autrice del romanzo “Le giostre sono per gli scemi” e collaboratrice delle pagine culturali de Il Centro, ha scritto il racconto seguente che ha per protagonista un bambino. Seduto di fronte al suo piatto di cannelloni, circondato dal cicaleccio dei parenti riuniti a casa della nonna per il pranzo della domenica, Massimo continua a voltarsi per controllare se fuori dalla finestra cade ancora la neve. «Non ti piace?» gli chiede la nonna, arcigna, allungando il collo rugoso verso il cibo che non ha ancora toccato. Lui fa sì con la testa e sua madre rivolta gli occhi al soffitto: «E’ arrabbiato perché voleva portarsi via il pupazzo di neve», dice davanti a tutti facendo scoppiare a ridere zii e cugini più grandi. Massimo arrossisce e diventa ancora più piccolo. Non capisce chi è che ha deciso che i pupazzi di neve sono fatti per sciogliersi: sembrava di roccia, quello che ha fatto stamattina col papà sulla spiaggia, era il primo di tutta la sua vita e quel che è peggio probabilmente anche l’ultimo. Il nonno gli ha detto che neve vera a Pescara non si vedeva dal 1985: il che significa, Massimo ha fatto i conti con la calcolatrice, che tornerà solo tra altri 23 anni quando lui per giocarci sarà ormai troppo vecchio.
Più tardi tornando a casa prova a convincere sua madre a fermarsi ancora un po' al mare: non se ne parla, sta scendendo la sera, fa troppo freddo, senza contare che lui deve ancora fare i compiti per domani mattina. «Fammelo solo vedere un'altra volta», piagnucola, e lei imbocca la riviera, p
ur di farlo star zitto, e lo lascia scendere all'altezza del punto
in cui ha costruito stamattina il pupazzo: raggiunge la riva
correndo, e poi sempre più rallentando, mentre si rende conto che
non ne è rimasto che un mucchio informe di neve divorato dall'alta
marea.
«Te l'avevo detto che era troppo vicino all'acqua», dice il papà
prendendolo in braccio, ma lui per queste cose ormai è grande e
scappa verso la macchina veloce come una lepre.
Il pupazzo si è sciolto per colpa sua che lo ha lasciato da
solo.
I suoi guardano Buona Domenica, il telegiornale e poi il film
della sera, Massimo in cameretta nasconde le chiavi di casa che ha
rubato dal mobile in sala. Le ficca nella tasca dei suoi pantaloni
da neve, stesi ad asciugare sul calorifero acceso, insieme a
qualche bottone e una manciata dei suoi pastelli di scuola; si lava
i denti si mette il pigiama e va a dire ai suoi buonanotte prima di
ficcarsi nel letto. Tre ore dopo ne scivola fuori e si riveste da
capo a piedi pronto ad uscire di nuovo.
Oggi ha imparato due regole fondamentali dei pupazzi di neve: non
possono stare troppo vicini alla riva e neppure possono stare
troppo tempo da soli. Adesso che lo sa può costruirne di eterni: ne
farà almeno due, che si tengano compagnia, anzi tre, quattro,
pensa, mentre corre rosso in faccia e eccitato senza sentire il
freddo nel ghiaccio buio delle strade. Il mare non è lontano da
casa e rumoreggia adesso a pochi metri da lui. Comincia a lavorare
in quello che sembra un punto sicuro, sprofondando a ogni passo
fino a metà del polpaccio, alla luce dei lampioni che sfarfalla
lontana schermata dai fiocchi che hanno ripreso a cadere.
Massimo prepara quattro piccole palle di neve e le fa rotolare
finché diventano enormi. Le dispone a cerchio, vicine: i pupazzi di
neve non possono muovere gli occhi, guardano sempre e solo davanti,
non capirebbero di non essere soli, se li costruisse in fila uno
accanto a quell'altro. Prepara altre quattro palle di neve e mentre
le issa sopra le prime comincia a sentirsi un po' stanco. Fa fatica
a camminare, perché gli si stanno addormentando tutte le dita dei
piedi, e le mani dentro ai guanti chissà come sono zuppe di acqua
gelata. L'aria quando sbadiglia viene fuori come una nuvola densa e
bianchissima. Ogni tanto si scrolla di dosso la neve ma quella
continua a cadere e gli si ghiaccia addosso da capo. Tuttavia deve
fare ancora le teste e di fermarsi ora non ha nessuna intenzione.
Quando ha finito, la notte è ancora nerissima, i quattro pupazzi
sono un po' più alti di lui, e tanto vicini che lo spazio nel mezzo
è grande appena abbastanza perché riesca a infilarcisi dentro. Si
toglie i guanti e pianta le dita, ormai congelate e praticamente
insensibili, dentro le tasche dei pantaloni che prima di uscire ha
riempito di bottoni e pastelli: li vede bene, quando li trova, alla
luce azzurra dei corpi di ghiaccio stretti intorno al suo come una
minuscola stanza; sono occhi e nasi perfetti ma continuano a
cadergli perché non riesce a stringerli in mano. Prova e riprova a
incastrarli ai loro posti dentro le teste bianchissime, ma ogni
volta è costretto a chinarsi, e frugando la neve con le dita di
legno riesce solo a farli sprofondare più giù. Forse perché ha le
ciglia piene di ghiaccio comincia a non vederci neanche più tanto
bene. Perdere l'equilibrio e poi non rialzarsi è l'ultima cosa che
si accorge di fare.
La mattina dopo la notizia del bambino scomparso si diffonde nel
quartiere alla velocità della luce.
Mentre il resto della città comincia a parlarne i genitori di
Massimo lo stanno già cercando da ore: insieme a loro carabinieri,
polizia, vigili del fuoco e anziani che non hanno di meglio da
fare. La mamma piange, il papà la sorregge, tutti chiamano il suo
nome a voce altissima contro il vento gelato. Non avrebbero mai
pensato di cercarlo sul mare se non avessero visto dalla riviera
quella grossa cupola bianca: le teste dei quattro pupazzi sono
crollate una sull'altra, e la neve che fino all'alba è caduta li ha
cementati insieme in una specie di igloo. Un grosso uovo di
ghiaccio compatto che l'aria tagliente di fuori non riesce a
scalfire: Massimo, dentro, raggomitolato con le ginocchia sul
petto, non è morto e nemmeno svenuto ma non sente gridare il suo
nome perché sta semplicemente dormendo.
Quando finalmente lo tirano fuori gli spiegano che i suoi pupazzi
di neve gli hanno salvato la vita.
E' un bambino fortunato: eppure gli viene da piangere, mentre suo
padre lo porta via in braccio avvolto stretto in una coperta di
lana, perché i suoi pupazzi destinati a durare per sempre sono
ridotti a un mucchio di neve più informe di quello di ieri.
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7 febbraio 2012