La scrittrice di Penne, autrice del romanzo “Mia madre è un fiume”, ha scritto per Il Centro il racconto che ha per protagonista un uomo single. Dopo giorni di eccitanti quanto catastrofiche previsioni meteorologiche, mercoledì mattina anche il vicino mi ha mostrato orgoglioso il suo IPhone tre o quattro, adesso non ricordo, che annunciava per le ore ventidue neve su Penne. Sicuro? gli ho chiesto. Sicuro, ha risposto, questo non sbaglia. Fai le provviste, mi ha consigliato, il freddo polare durerà fino alla metà di febbraio e potrebbero scarseggiare i rifornimenti ai supermercati. A mezzogiorno sono andato a fare la mia consueta misera spesa di single e ho notato gli scaffali sorprendentemente vuoti, a dispetto della crisi che morde. Pasta, farina, zucchero e caffè decimati, come in tempo di guerra. In compenso i carrelli in fila alle casse erano per l’appunto pieni di pasta, farina, zucchero e caffè, i fondamentali. Sono uscito un po’ turbato, con il mio shopper leggero. Alle dieci di sera la neve ha disubbidito alle previsioni e si è rifiutata di cadere. Dopo aver concesso il quarto d’ora e anche i quaranta minuti accademici ho aperto la finestra della cucina e tirato dei sassolini contro il vetro dirimpettaio del vicino, ma ha finto di non sentirmi. Forse stava consolando il suo IPhone umiliato.
Il venerdì mattina ha iniziato quando è parso comodo al cielo che si è graziosamente curvato su di noi per sfarinarci addosso riserve accumulate a lungo. Allentata la pressione mediatica inibitrice, l'evento ha avuto luogo e sègui
ta, incessante. Nevica sottile, a mulinelli di fiocchi leggeri e
svogliati di posarsi sul manto già steso. Nevica come all'inizio
dei tempi, con uguale indifferenza. Esco con il cappuccio sulla
testa, non amo gli ombrelli. Ogni tanto le ciglia intercettano un
fiocco e vedo attraverso cristalli stellati che presto si sciolgono
e diventano mie lacrime. In salita il respiro si fa frequente, per
la fatica di vincere l'attrito dei piedi con questo bianco
spessore.
Le piazze deserte sembrano immense, amplificate dal silenzio. Unico
suono è il brivido quasi di polistirolo compresso sotto le suole
dei miei scarponi. Non incontro bambini che giocano. Sopra i
comignoli si alzano i fumi dei fuochi degli uomini al riparo nei
loro complessi rifugi. M'intenerisco di loro nella solitudine dei
miei passi. Guardo indietro, le orme profonde che nel giro di
qualche ora saranno livellate dalla precipitazione continua. Saprò
solo io che sono stato qui. M'incammino verso casa in questo
crepuscolo dilatato dalla vastità del bianco. Dentro è già buio e
freddo. Accendo tutto quello che posso, compresa la musica. Alla
finestra la solita tenda mobile di fili bianchi tesi dal cielo
invisibile, a momenti più decisi, o più esitanti. A tratti fatico a
scorgere il muro di fronte. E tuttavia spero che non smetta, spero
di restare compreso in questo fenomeno straordinario, chiuso nel
mio guscio di muratura.
In fondo non va così male. La dispensa abbonda di pacchi di pasta
semivuoti, qui un etto di mezze maniche, là una manciata di
fusilli, li unirò e preparerò un minestrone con certe verdure
avanzate in settimana che già appassiscono nel cesto. E' triste
cucinare per uno, soprattutto per se stessi. Certi giorni pesco il
tonno con la forchetta direttamente dalla sua scatola di latta, sul
tavolo nudo della cucina, poi pulisco con la spugna le gocce d'olio
cadute sul ripiano in finto marmo. Vivere soli riduce i bisogni a
quelli strettamente essenziali. Ma oggi no, ci vuole qualcosa di
caldo, in onore della neve. Mi appresto, con la scarsa attitudine
dei maschi costretti che le mamme abruzzesi non hanno formato
all'autonomia. Sbuccio due patate e mi resta il solito dubbio su
questo verdino un po' sinistro scoperto dalla lama. Buttare o
cuocere? Senza patate che minestrone sarebbe? Allora cuocere,
comunque. Suona il campanello. Una rapida occhiata circolare sul
disordine stagionato e irrecuperabile, almeno nel breve periodo,
poi mi chiudo alle spalle la porta della cucina e vado ad aprire
disinvolto. Eccolo qui, il vicino dell'IPhone che si scotta le mani
intorno a un piatto colmo di polenta fumante al sugo di salsiccia.
Mia moglie l'ha appena fatta, dice. Poi getta uno sguardo al vuoto
dietro di me e chissà che impressione gli fa. Anzi, si illumina,
vieni a sederti con noi che facciamo prima. Non ti scordare le
chiavi, però. Mi accerto di averle in tasca e lo seguo mentre gira
sui tacchi ed esce, due passi contati ed entriamo da lui, che ha
lasciato aperto.
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6 febbraio 2012