Lo scrittore di Pescara e organizzatore del Festival internazionale delle letterature, ha scritto questo racconto per Il Centro. Il lucore della neve sulle geometrie di questa città me la rende più bella, di notte. Peccato che io stia lavorando, e se mi distraggo lascio a piedi qualcuno alla fermata. Ad esempio, la vampa color zucca del lampione giù in strada illuminava una ragazza che pareva proprio aspettare la mia corsa.
A quest'ora di sera, da quella fermata non è mai salito nessuno ma, se è per questo, neanche mi sarei mai immaginato di guidare autobus, dopo quello che mi è successo da ragazzino. Spesso è difficile da afferrare, il percome delle cose. Ve lo dico io. La tipa mi guardava, mentre saliva. Occhi senza occhiali, che rompono quello che vedono. Poi ripartii, tra i sibili e sospiri delle lente macchine che si avventurano sulla sporca ghiacciaglia delle strade. La ragazza andò a sedersi dritto sotto allo specchietto con dentro la mia faccia. Aveva i capelli di un biondo stanco, uno scompiglio di luce smorzata. Mi disse: - Ma quelle cifre che ti sei tatuato dietro al collo che sono?
- Non si parla al conducente - risposi infastidito, tirandomi su il bavero della camicia.
- Ok, sto zitta. L'importante è che mi porti a Piazza Le Laudi. Si tormentava la bocca con una mano chiara, lentigginosa.
- Be', veramente quest'autobus non ci passa, a Piazza Le Laudi ti posso lasciare all'Agip, ma devi farti un pezzo a piedi e non mi sembra tu abbia le scarpe giuste per la neve. In realtà non è che le vedessi bene, le s
ue scarpe, ma davo per scontato che una ragazza così elegante non
terminasse le sue gambe in un paio di calosce. Manco sotto la
neve.
- Lo so benissimo che quest'autobus non ci passa, quello che ti
chiedo è un favore. Una piccola deviazione. Siamo solo io e te.
Nessuno lo saprà. Stavo per mandare la tipa a quel paese ma ero
troppo stanco e mi ritrovai a dire: - Ok, ma solo se non sale
nessun altro. Il percome delle cose, un mistero peggiore dei cerchi
nel grano. Mi sfrecciò davanti, arrogante, un furgone con uno
pneumatico di scorta sul muso, sputandomi in faccia una suonata di
clacson che poi finisco a dover curvare nella neve.
Poi la tipa mi comparì di nuovo dietro al collo.
Guardava il mio tatuaggio. Aveva occhi grandi e senza età, come la
luna piena vista dalla finestra di un motel. - 1-3-0-5 cosa è
successo nel 1305? - Non è una data. Comunque meglio che ti stai
seduta che con il ghiaccio una frenata brusca ti manda per
terra.
Tutti lì a fare le loro ipotesi cretine! 1305 non è una data, è un
orario, l'orario della corsa di un autobus. Quella in cui ho
conosciuto il primo e unico amore della mia vita. Nevicava, quel
giorno.
Lo so che vi sfuggirà il percome della cosa, ma io per tornare a
casa da scuola salivo sulla corsa delle 13.05 e c'era sempre una
ragazza che io proprio me ne innamoravo ogni giorno di più. Non
parlavamo neanche, lei si limitava a guardarmi negli occhi, come ad
aspettare che mi si dilatassero le pupille, e poi mi regalava un
sorriso come una ferita di luce. Tutti i giorni. Non è molto, ma io
ormai sto sempre da solo e penso tanto, forse troppo, e se penso
all'amore mi torna in mente quella ragazzina, perché io proprio me
ne ero innamorato di brutto. E dopo di lei mica lo so se è mai più
successo, che mi sia innamorato. Eppure quella ragazza dell'autobus
un bel giorno smise di prendere l'autobus. E io non la vidi mai
più. Dissero che si era ammalata. Dissero che andò a curarsi fuori,
così dissero. Ma non ce la fece. Morì che la febbre le era
schizzata alle stelle arroventando pure il cielo, così mi dissero.
Nevicava, quel giorno. Così mi dissero.
Fermo al semaforo, la strada è tagliata da una coppia di
innamorati che incedono stretti, avvinghiati, pallidi come bambole.
Finché arriviamo a una distesa di morbido bianco sotto la quale
dovrebbe esserci proprio Piazza Le Laudi. La ragazza della
deviazione si materializza accanto a me. Il suo sorriso era come
una fioca luce dietro il ghiaccio. Ci siamo. La commedia è
finita.
- Ecco la tua fermata - le dissi io, con la bocca piena di paura
sporca - Credi che non ti abbia riconosciuta? Piuttosto dimmi una
cosa. Così che saresti diventata se...
- Se fossi vissuta ancora un po'? Sì, probabilmente ora sarei
così.
La disperazione mi leccava il cuore, fredda e veloce.
- Perché sei venuta?
- Volevo vedere se le tue pupille si dilatavano ancora come un
tempo.
Silenzio. Poi le dissi: - Mi sei mancata. Tantissimo. Non ho mai
smesso di amarti, davvero.
- Lo so. Mi mancherai anche tu.
E scese. E io piansi come una nazione intera. Lungo la strada mi
parve di scorgere l'ombra sfocata della prima luce mattutina, ma
non era detto.
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5 febbraio 2012