Nevicava, quel giorno

di Giovanni Di Iacovo

      Lo scrittore di Pescara e organizzatore del Festival internazionale delle letterature, ha scritto questo racconto per Il Centro.

    Il lucore della neve sulle geometrie di questa città me la rende più bella, di notte. Peccato che io stia lavorando, e se mi distraggo lascio a piedi qualcuno alla fermata. Ad esempio, la vampa color zucca del lampione giù in strada illuminava una ragazza che pareva proprio aspettare la mia corsa.

    A quest'ora di sera, da quella fermata non è mai salito nessuno ma, se è per questo, neanche mi sarei mai immaginato di guidare autobus, dopo quello che mi è successo da ragazzino. Spesso è difficile da afferrare, il percome delle cose. Ve lo dico io. La tipa mi guardava, mentre saliva. Occhi senza occhiali, che rompono quello che vedono. Poi ripartii, tra i sibili e sospiri delle lente macchine che si avventurano sulla sporca ghiacciaglia delle strade. La ragazza andò a sedersi dritto sotto allo specchietto con dentro la mia faccia. Aveva i capelli di un biondo stanco, uno scompiglio di luce smorzata. Mi disse: - Ma quelle cifre che ti sei tatuato dietro al collo che sono?

    - Non si parla al conducente - risposi infastidito, tirandomi su il bavero della camicia.
    - Ok, sto zitta. L'importante è che mi porti a Piazza Le Laudi. Si tormentava la bocca con una mano chiara, lentigginosa.
    - Be', veramente quest'autobus non ci passa, a Piazza Le Laudi ti posso lasciare all'Agip, ma devi farti un pezzo a piedi e non mi sembra tu abbia le scarpe giuste per la neve. In realtà non è che le vedessi bene, le s
    ue scarpe, ma davo per scontato che una ragazza così elegante non terminasse le sue gambe in un paio di calosce. Manco sotto la neve.
    - Lo so benissimo che quest'autobus non ci passa, quello che ti chiedo è un favore. Una piccola deviazione. Siamo solo io e te. Nessuno lo saprà. Stavo per mandare la tipa a quel paese ma ero troppo stanco e mi ritrovai a dire: - Ok, ma solo se non sale nessun altro. Il percome delle cose, un mistero peggiore dei cerchi nel grano. Mi sfrecciò davanti, arrogante, un furgone con uno pneumatico di scorta sul muso, sputandomi in faccia una suonata di clacson che poi finisco a dover curvare nella neve.

    Poi la tipa mi comparì di nuovo dietro al collo.

    Guardava il mio tatuaggio. Aveva occhi grandi e senza età, come la luna piena vista dalla finestra di un motel. - 1-3-0-5 cosa è successo nel 1305? - Non è una data. Comunque meglio che ti stai seduta che con il ghiaccio una frenata brusca ti manda per terra.

    Tutti lì a fare le loro ipotesi cretine! 1305 non è una data, è un orario, l'orario della corsa di un autobus. Quella in cui ho conosciuto il primo e unico amore della mia vita. Nevicava, quel giorno.

    Lo so che vi sfuggirà il percome della cosa, ma io per tornare a casa da scuola salivo sulla corsa delle 13.05 e c'era sempre una ragazza che io proprio me ne innamoravo ogni giorno di più. Non parlavamo neanche, lei si limitava a guardarmi negli occhi, come ad aspettare che mi si dilatassero le pupille, e poi mi regalava un sorriso come una ferita di luce. Tutti i giorni. Non è molto, ma io ormai sto sempre da solo e penso tanto, forse troppo, e se penso all'amore mi torna in mente quella ragazzina, perché io proprio me ne ero innamorato di brutto. E dopo di lei mica lo so se è mai più successo, che mi sia innamorato. Eppure quella ragazza dell'autobus un bel giorno smise di prendere l'autobus. E io non la vidi mai più. Dissero che si era ammalata. Dissero che andò a curarsi fuori, così dissero. Ma non ce la fece. Morì che la febbre le era schizzata alle stelle arroventando pure il cielo, così mi dissero. Nevicava, quel giorno. Così mi dissero.

    Fermo al semaforo, la strada è tagliata da una coppia di innamorati che incedono stretti, avvinghiati, pallidi come bambole. Finché arriviamo a una distesa di morbido bianco sotto la quale dovrebbe esserci proprio Piazza Le Laudi. La ragazza della deviazione si materializza accanto a me. Il suo sorriso era come una fioca luce dietro il ghiaccio. Ci siamo. La commedia è finita.

    - Ecco la tua fermata - le dissi io, con la bocca piena di paura sporca - Credi che non ti abbia riconosciuta? Piuttosto dimmi una cosa. Così che saresti diventata se...
    - Se fossi vissuta ancora un po'? Sì, probabilmente ora sarei così.

    La disperazione mi leccava il cuore, fredda e veloce.

    - Perché sei venuta?
    - Volevo vedere se le tue pupille si dilatavano ancora come un tempo.
    Silenzio. Poi le dissi: - Mi sei mancata. Tantissimo. Non ho mai smesso di amarti, davvero.
    - Lo so. Mi mancherai anche tu.

    E scese. E io piansi come una nazione intera. Lungo la strada mi parve di scorgere l'ombra sfocata della prima luce mattutina, ma non era detto.
    © RIPRODUZIONE RISERVATA
    5 febbraio 2012
     

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