L'amore per la neve

di Giuseppe Rosato

      Il poeta, scrittore, saggista e critico di Lanciano, amico di Ennio Flaiano, ha scritto questo racconto per il Centro.

    Giorno per giorno, puntualmente ogni pomeriggio, uscivo con mia madre per attraversare mezzo paese, su e giù per stradette, budelli, alte scalee, fino a raggiungere la casa dei nonni. E io avvertivo dal suo passo leggero che ogni fatica si disperdeva, vinta dal piacere di rimettere piede nei luoghi amati. Anche per me era bello ritrovare la possibilità di scendere a giocare nel vicolo o nella vicina piazzetta, riprendere il monopattino con i cuscinetti a sfera che non m’ero portato nel nuovo quartiere, dove mancavano strade adatte ai suoi percorsi. Ritrovavo ogni pomeriggio i piccoli amici, qualcuno mi scherniva dicendomi che m’ero fatto borgaiolo, ossia abitante del quartiere che si chiama borgo. Solo quando si avvicinava l’ora di cena sentivo il richiamo di mia madre, ci si avviava allora per il ritorno e sembrava davvero che il passo si facesse pesante, faticoso. In realtà mia madre mi tirava con forza benché bisognava affrettarsi, si era sempre al limite dell’ora in cui mio padre rientrava e bisognava che intanto ci fosse un margine benché piccolo di tempo per la preparazione della cena.

    Quel viaggio di ritorno mi resta tra i ricordi più straordinari, pur essendo il più ordinario dei percorsi, consueto e conosciuto a memoria passo dietro passo. Era però la stagione invernale a farmelo diverso: nell'ora già completamente buia a un certo punto un cielo da meraviglia, nel fioco lume delle povere lampade di cui d
    isponeva la strada più grande, nella quale si confluiva dal dedalo dei vicoli, entrando nel quartiere nuovo. Di petto a quella strada, in salita, al di sopra di una casa bassa che ne segnava sul fondo il limite, si spalancava la distesa di stelle che solo le notti d'inverno sanno dispiegare. Il freddo era secco e mia madre si copriva la gola reggendosi il bavero del paletot con una mano, con l'altra mi tirava, fermandosi ogni tanto a rincalzarmi sulla testa il cappuccio del mantello di gomma che mi teneva chiuso come dentro un sacco. Chissà che cosa promette questo freddo, aveva detto mia nonna avvertendo segnali di cambiamento dai suoi dolori. E il giorno seguente (sarà stata una sola volta, o davvero tante volte come nella memoria mi doveva poi sembrare, per sempre) mia madre veniva a svegliarmi dicendomi alzati, vieni a vedere che cosa ti ho fatto trovare. La neve. Da quel cielo stellato di ieri sera, osservava mio padre, chi poteva immaginarselo. Le previsioni del tempo erano di là da venire.

    Vedere la neve cogliendola di primissimo mattino (ma senza che dovessi uscire dal letto caldo per andare ad aprire uno scurino della finestra ed espormi al freddo della notte, nella vecchia casa che di giorno riscaldavano a stento due stufette elettriche e un braciere di carbonella), scoprire la neve restandomene sotto le coperte e arrischiando solo l'esposizione delle braccia, era stata la resistente mania di quand'ero ragazzo, che s'era prolungata fino alle soglie della prima giovinezza. Avevo inventato un meccanismo quanto mai rozzo, e manuale. Una cordicella di cui tenevo fermo un capo a un chiodo conficcato sulla spalliera di legno del letto, si tendeva fino alla finestrella di fronte. Passava lo spago per un occhiello a vite andandosi ad agganciare al sottostante saliscendi (una specie di grosso dito di legno) che bloccava lo scurino ruotandovi sopra dal telaio dell'imposta, cosicché mentre me ne stavo ancora disteso mi bastava tirare la corda e la spranghetta si portava su, quanto bastava per liberare lo scurino. Per aprirlo dovevo solo tirare una seconda corda, che vi era semplicemente appiccata e che andava anch'essa a fissarsi sulla spalliera del letto.

    Se c'era la neve, che nessuna radio o televisione aveva tentato di annunciare, saltavo giù dal letto senza curarmi del freddo e andavo a guardarmela a lungo da dietro il vetro della piccola finestra che mi spalancava davanti agli occhi uno scenario di straordinaria bellezza. L'orto sommerso nel bianco, gli alberi diversamente grandi che già incominciavano a uniformarsi sotto una coltre unica, i fili elettrici diventati grosse gomene, il pulviscolo sollevato dal vento, se c'era vento, o la quieta discesa a cenci dei fiocchi. In quei fili tesi dal capo del letto alla finestra s'impigliava certe notti mio padre, mentre già dormivo, se per distrazione gli fosse caduta di mente la presenza di quell'apparato, dimenticando che doveva passargli sotto sollevando alquanto i tiranti senza sfasciarli, quando doveva attraversare la stanza del figlio per recarsi nello stanzino adiacente a depositarvi la maglia o la camicia da lavare. Lo sentivo allora, svegliandomi di colpo, imprecare e minacciare di rompere tutto. Ma poi quietamente avvertivo, già ripreso dal sonno, che mio padre se ne tornava di là strisciando un poco le suole sul pavimento per i passi più corti che era costretto a fare perché passasse curvo sotto i fili.

    Il congegno elettrico che mio figlio ha fatto installare sulla volta della mansarda in cui mi sono ritirato a vivere è ben altra e confortevole cosa. Fa sì che io possa richiudermi il cielo sulla testa, la sera, e aprirmelo a piacimento al mattino. Potrò sentirla, la neve, come quando ero ragazzo dal rumore sordo di un passo sulla strada, appena fatto giorno, o dal suono falsato delle prime campane: poi non avrò che da premere il dito sul pulsante e me la troverò addosso come una seconda coltre poggiata sul lucernario. Ma dovrei abitare nel vecchio quartiere dell'infanzia perché mi si rendano ancora udibili rumore di passi e suono di campane, e dovrei sentirmi ragazzo per avere subito la forza di alzarmi, di primo mattino, e mettermi a guardare la neve predisponendomi a uscire subito a godermela con sci di fortuna e scaldaletti adibiti a slitte. E dovrei sapere che sotto casa mi aspettano già impazienti gli antichi compagni. E infine dovrebbe nevicare, in questa "mia" nuova città dove mi dicono che la neve non s'è più vista a memoria d'uomo.
    © RIPRODUZIONE RISERVATA
    4 febbraio 2012
     

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