Il poeta, scrittore, saggista e critico di Lanciano, amico di Ennio Flaiano, ha scritto questo racconto per il Centro. Giorno per giorno, puntualmente ogni pomeriggio, uscivo con mia madre per attraversare mezzo paese, su e giù per stradette, budelli, alte scalee, fino a raggiungere la casa dei nonni. E io avvertivo dal suo passo leggero che ogni fatica si disperdeva, vinta dal piacere di rimettere piede nei luoghi amati. Anche per me era bello ritrovare la possibilità di scendere a giocare nel vicolo o nella vicina piazzetta, riprendere il monopattino con i cuscinetti a sfera che non m’ero portato nel nuovo quartiere, dove mancavano strade adatte ai suoi percorsi. Ritrovavo ogni pomeriggio i piccoli amici, qualcuno mi scherniva dicendomi che m’ero fatto borgaiolo, ossia abitante del quartiere che si chiama borgo. Solo quando si avvicinava l’ora di cena sentivo il richiamo di mia madre, ci si avviava allora per il ritorno e sembrava davvero che il passo si facesse pesante, faticoso. In realtà mia madre mi tirava con forza benché bisognava affrettarsi, si era sempre al limite dell’ora in cui mio padre rientrava e bisognava che intanto ci fosse un margine benché piccolo di tempo per la preparazione della cena.
Quel viaggio di ritorno mi resta tra i ricordi più straordinari, pur essendo il più ordinario dei percorsi, consueto e conosciuto a memoria passo dietro passo. Era però la stagione invernale a farmelo diverso: nell'ora già completamente buia a un certo punto un cielo da meraviglia, nel fioco lume delle povere lampade di cui d
isponeva la strada più grande, nella quale si confluiva dal dedalo
dei vicoli, entrando nel quartiere nuovo. Di petto a quella strada,
in salita, al di sopra di una casa bassa che ne segnava sul fondo
il limite, si spalancava la distesa di stelle che solo le notti
d'inverno sanno dispiegare. Il freddo era secco e mia madre si
copriva la gola reggendosi il bavero del paletot con una mano, con
l'altra mi tirava, fermandosi ogni tanto a rincalzarmi sulla testa
il cappuccio del mantello di gomma che mi teneva chiuso come dentro
un sacco. Chissà che cosa promette questo freddo, aveva detto mia
nonna avvertendo segnali di cambiamento dai suoi dolori. E il
giorno seguente (sarà stata una sola volta, o davvero tante volte
come nella memoria mi doveva poi sembrare, per sempre) mia madre
veniva a svegliarmi dicendomi alzati, vieni a vedere che cosa ti ho
fatto trovare. La neve. Da quel cielo stellato di ieri sera,
osservava mio padre, chi poteva immaginarselo. Le previsioni del
tempo erano di là da venire.
Vedere la neve cogliendola di primissimo mattino (ma senza che
dovessi uscire dal letto caldo per andare ad aprire uno scurino
della finestra ed espormi al freddo della notte, nella vecchia casa
che di giorno riscaldavano a stento due stufette elettriche e un
braciere di carbonella), scoprire la neve restandomene sotto le
coperte e arrischiando solo l'esposizione delle braccia, era stata
la resistente mania di quand'ero ragazzo, che s'era prolungata fino
alle soglie della prima giovinezza. Avevo inventato un meccanismo
quanto mai rozzo, e manuale. Una cordicella di cui tenevo fermo un
capo a un chiodo conficcato sulla spalliera di legno del letto, si
tendeva fino alla finestrella di fronte. Passava lo spago per un
occhiello a vite andandosi ad agganciare al sottostante saliscendi
(una specie di grosso dito di legno) che bloccava lo scurino
ruotandovi sopra dal telaio dell'imposta, cosicché mentre me ne
stavo ancora disteso mi bastava tirare la corda e la spranghetta si
portava su, quanto bastava per liberare lo scurino. Per aprirlo
dovevo solo tirare una seconda corda, che vi era semplicemente
appiccata e che andava anch'essa a fissarsi sulla spalliera del
letto.
Se c'era la neve, che nessuna radio o televisione aveva tentato di
annunciare, saltavo giù dal letto senza curarmi del freddo e andavo
a guardarmela a lungo da dietro il vetro della piccola finestra che
mi spalancava davanti agli occhi uno scenario di straordinaria
bellezza. L'orto sommerso nel bianco, gli alberi diversamente
grandi che già incominciavano a uniformarsi sotto una coltre unica,
i fili elettrici diventati grosse gomene, il pulviscolo sollevato
dal vento, se c'era vento, o la quieta discesa a cenci dei fiocchi.
In quei fili tesi dal capo del letto alla finestra s'impigliava
certe notti mio padre, mentre già dormivo, se per distrazione gli
fosse caduta di mente la presenza di quell'apparato, dimenticando
che doveva passargli sotto sollevando alquanto i tiranti senza
sfasciarli, quando doveva attraversare la stanza del figlio per
recarsi nello stanzino adiacente a depositarvi la maglia o la
camicia da lavare. Lo sentivo allora, svegliandomi di colpo,
imprecare e minacciare di rompere tutto. Ma poi quietamente
avvertivo, già ripreso dal sonno, che mio padre se ne tornava di là
strisciando un poco le suole sul pavimento per i passi più corti
che era costretto a fare perché passasse curvo sotto i fili.
Il congegno elettrico che mio figlio ha fatto installare sulla
volta della mansarda in cui mi sono ritirato a vivere è ben altra e
confortevole cosa. Fa sì che io possa richiudermi il cielo sulla
testa, la sera, e aprirmelo a piacimento al mattino. Potrò
sentirla, la neve, come quando ero ragazzo dal rumore sordo di un
passo sulla strada, appena fatto giorno, o dal suono falsato delle
prime campane: poi non avrò che da premere il dito sul pulsante e
me la troverò addosso come una seconda coltre poggiata sul
lucernario. Ma dovrei abitare nel vecchio quartiere dell'infanzia
perché mi si rendano ancora udibili rumore di passi e suono di
campane, e dovrei sentirmi ragazzo per avere subito la forza di
alzarmi, di primo mattino, e mettermi a guardare la neve
predisponendomi a uscire subito a godermela con sci di fortuna e
scaldaletti adibiti a slitte. E dovrei sapere che sotto casa mi
aspettano già impazienti gli antichi compagni. E infine dovrebbe
nevicare, in questa "mia" nuova città dove mi dicono che la neve
non s'è più vista a memoria d'uomo.
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4 febbraio 2012