di Loris Zamparelli
PESCARA. Si chiamano protesti e sono gli assegni o le cambiali andate in pagamento ma che, non avendo una copertura finanziaria, finiscono alla Camera di commercio sotto forma di segnalazione. In provincia di Pescara, nel solo 2011, il totale degli effetti (la somma di assegni e cambiali) cosiddetti protestati è stato di 10.120 per una somma complessiva non andata in pagamento di oltre ventisei milioni di euro. Se si specchiano i dati con il 2010, il saldo è in miglioramento anche se di poco: la quota era di poco superiore ai 28 milioni e mezzo di euro, ma il totale degli effetti era 9.867, dunque inferiore; ma se il confronto va al periodo pre-crisi, ovvero al 2007 ci accorgiamo che l'impennata è stata davvero preoccupante: 8.664 tra assegni e cambiali e poco meno di 22 milioni di euro di pagamenti inevasi. Nei due anni successivi una vera escalation: 9.606 e oltre 28 milioni e mezzo di euro nel 2008 e 10.507 con quasi 33 milioni di euro nel 2009, anno in cui si raggiunse il picco massimo. Scorporando il dato tra assegni e cambiali, ci accorgiamo che se i primi sono diminuiti dai 2.376 (11 milioni e 428 mila euro) del 2007 ai 2.000 (11 milioni e 368 mila euro) dello scorso anno, al contrario le seconde sono passate dalle 5.641 (9 milioni e 439 mila euro) di cinque anni fa alle 7.581 (13 milioni e 552 mila euro) del 2011. La maggior parte degli effetti, come prevedibile, si concentra a Pescara città: 6.343 su 10.120 e 16 milioni e mezzo su oltre 23. Dunque una vera montagna di denaro che mensilmente si accumula a causa delle imprese, soprattutto micro, picc
ole e medie, che non riescono a far fronte al monte pagamenti.
Questo fenomeno è cresciuto molto negli ultimi cinque anni proprio
a causa della crisi economica che ha creato sempre maggiori
difficoltà nell'onorare assegni, cambiali e ricevute bancarie,
creando un vero e proprio effetto domino. Infatti se un'impresa
conta di veder rientrare a fine mese una serie di pagamenti, li
opziona per pagarne degli altri e così fanno anche gli altri di
conseguenza, vista la scarsa liquidità di denaro del momento. Basta
dunque che una sola azienda non onori le proprie scadenze per far
sì che anche ad altre accada lo stesso. «Il problema», spiega
Gianni Taucci, segretario della Confesercenti,
«sono i ritardi, sempre maggiori, nei pagamenti delle pubbliche
amministrazioni. Per questo si sta verificando un vero e proprio
corto circuito che sta mandando in tilt soprattutto le piccole e
medie imprese. Inoltre la rigidità del sistema bancario non ci
aiuta, e il rischio è quello di finire segnalati alle centrali
rischi della Banca d'Italia e dell'intermediazione bancaria (Crif),
che equivale a essere marchiati a fuoco. Certo è che le società che
si occupano della riscossione dei tributi, come Equitalia e Soget,
non ci aiutano, hanno la responsabilità di far partire questi
meccanismi anche per cifre molto basse». Sulla stessa lunghezza
d'onda è anche
Carmine Salce, direttore della Cna
(Confederazione nazionale artigiani): «La mancanza di liquidità e
la crisi delle imprese provocano una sempre maggiore fatica nel far
fronte ai pagamenti. Il sistema bancario non aiuta e la dimensione
della difficoltà, porta anche le aziende creditrici a non
riscuotere e il risultato è il blocco totale. Essere segnalati al
Crif è un vero problema, perché se uno si trova in difficoltà si
trova ancora peggio quando va a chiedere prestiti, finanziamenti e
il massimo scoperto. Con i confidi stiamo cercando di aumentare le
garanzie a favore delle imprese, ma questo non è sufficiente se
l'economia non riprende in maniera seria. Sarà un anno molto
difficile e la conclusione di questa condizione è spesso il
fallimento».
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2 febbraio 2012
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