di Simona De Leonardis
PESCARA. E se l'omicidio di
Italo Ceci fosse un messaggio (ecco che fine fanno gli infami) diretto ai testimoni chiamati al processo della banda dei kalashnikov in programma venerdì a Chieti? È anche da questo interrogativo (che fa il paio con la teoria opposta secondo cui nell'imminenza di un processo la criminalità non ha nessun interesse ad alzare polveroni), che prende corpo una delle piste più accreditate dalla squadra Mobile che dalla sera dell'assassinio del pentito della banda Battestini, lo scorso 20 gennaio, ha convocato in questura vecchi e nuovi affiliati di quel gruppo. Personaggi che, accusati dell'assalto al portavalori dell'Ivri del 3 febbraio 2006 a Dragonara, oggi rischiano fino a 15 anni di carcere. Un processo in cui le ritrattazioni del loro più grande accusatore,
Nino Mancinelli detto Caffettino, potrebbero non bastare a scagionarli, dopo che l'ex affiliato della banda accusata di 15 colpi in dieci anni è morto durante una rapina in banca la scorsa estate. Lo stesso Caffettino che, pur con tutte le sue contraddizioni, è ritenuto dalla polizia un personaggio chiave su cui lavorare anche per l'omicidio Ceci. Uno che nel 2006, oltre a svelare i retroscena di 30 rapine di cui si era autoaccusato (in un caso fu comunque assolto), ai carabinieri che si apprestavano a far partire gli arresti della banda dei kalashnikov raccontò pure di un piano per uccidere Italo Ceci. In stato di detenzione e con tutto l'interesse a parlare, Mancinelli ai carabinieri di Pescara r
ivelò il piano per eliminare «uno che ha fatto arrestare tutta la
banda, ha i baffi, lavora nella ferramenta che sta al proseguo di
corso Vittorio Emanuele». È Italo Ceci che poi, secondo quanto
riferì Caffettino, non fu eliminato «perchè non hanno visto chiara
la faccenda, o lui era ancora pedinato dai carabinieri».
Effettivamente Ceci (collaboratore dai primi anni Novanta) dal
1997, quando lasciò la località protetta del nord interrompendo il
suo programma di protezione per mettersi a lavorare nel negozio di
vernici del cognato, nel 2006 era effettivamente sottoposto a
vigilanza. Una vigilanza «generica radiocomandata», con le
pattuglie che quotidianamente passavano a controllarlo come si fa
anche con altri obiettivi sensibili. Una vigilanza che dal 1997 lo
ha accompagnato per 15 anni, fino al giorno in cui è stato ucciso.
Ma perchè, all'epoca, quando Mancinelli rivelò quel piano ai
carabinieri, quella vigilanza non fu rafforzata? Una domanda che
con il senno di poi può apparire scontata e che gli investigatori
di allora spiegano con il fatto che Mancinelli non era affidabile,
mentre quelli di oggi, con il colonnello
Marcello Galanzi in
testa, sottolineano: «Il piano saltò perchè Ceci era pedinato dai
carabinieri, poi abbiamo ritenuto che il pericolo, dopo un certo
numero di anni fosse scemato e abbiamo sospeso la vigilanza». Ma
Ceci è stato ammazzato senza che in tutti questi anni quelle
dichiarazioni di Caffettino siano state condivise in sede di
comitato tra le varie forze di polizia. Le pattuglie di polizia e
carabinieri, è vero, hanno continuato a passare davanti al negozio
di piazza Martiri Pennesi, dove il pentito è stato poi ammazzato,
ma senza sapere che dal 2006 sul suo conto erano state acquisite
nuove rivelazioni.
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31 gennaio 2012
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