di Paola Aurisicchio
PESCARA. «Io sono io»: è nella convinzione di intoccabilità, nel peccato di superbia che si annida, per il procuratore capo della Repubblica di Pescara
Nicola Trifuoggi, la deriva morale dell'Abruzzo: «Cosa mi disgusta? Sono schifato dalla gestione della sanità e dalle infiltrazioni nella ricostruzione dell'Aquila». Nato ad Avellino 69 anni fa, Trifuoggi è un veterano della regione e dei suoi meccanismi inceppati a partire da quando - era il 1984 - è approdato a Pescara come pretore per poi, nel trentennio successivo, lavorare a Chieti e all'Aquila e, ancora, tornare a Pescara nel 2003 come procuratore capo. Il suo mandato si è esaurito nel novembre 2011, mese in cui il magistrato ha ceduto il testimone al procuratore aggiunto
Cristina Tedeschini che sta traghettando la procura pescarese verso il nuovo procuratore la cui nomina è ancora lontana. Trifuoggi è restato nella sua stanza al quinto piano del palazzo di giustizia, seduto alla sua scrivania circondato da un bozzetto di
Giovanni Falcone e
Paolo Borsellino, da targhe ricordo e dai libri che gli raccontano la storia della sua regione d'adozione: passioni personali nella stanza affacciata sugli arresti di
Enzo Cantagallo,
Luciano D'Alfonso e
Ottaviano Del Turco, sulle inchieste dell'Aquila post-terremoto e la recente Caligola in cui ricorre il nome
Lamberto Quarta fino alla Raccomandopoli di Teramo.
«Cos'è successo in Abruzzo? Perché fioccano le inchieste?»:
è di questo che parla il procuratore Trifuoggi che non ama
incastrare la regione in definizioni come «il caso Abruzzo» e che,
lontano dalle generalizzazioni, striglia la politica e le porge un
invito, si rivolge ai cittadini e all'opinione pubblica che gli
appare sopita.
Procuratore, dall'anno della bolla della Sanità, il 2008,
si è assistito a una schiera di politici, amministratori e
imprenditori coinvolti in inchieste: da Del Turco a D'Alfonso, da
Venturoni agli imprenditori Di Zio, da esponenti dell'Aca a medici
della Asl. Perché questo elenco è diventato
impressionante?
«Perché l'avere è diventato più importante dell'essere. Il
fenomeno corruttivo è sempre esistito e si è ampliato anche con il
cambiamento della società: l'avere ha preso il sopravvento
sull'essere, solo chi ha di più emerge e per cui si è arrivati a
tante persone che si sono fatte incantare. Il lungo elenco di nomi
dimostra che c'è stata una rivoluzione della società che dice che
l'Italia è uno dei Paesi al mondo ai primi posti per il tasso di
corruzione. Tutti vogliono di più e così si scopre la corruzione
anche nei vertici dell'amministrazione, persone che certo non hanno
difficoltà ad arrivare a fine mese».
Perché persone che vivono nell'agio finiscono invischiate
in inchieste per un tornaconto che spesso non cambia la loro
posizione?
«Perché non basta mai, perché c'è stato un rivolgimento culturale
in senso negativo: quello che conta è dimostrare la potenza non
solo in senso economico. Oggi di soldi ne girano tanti, ma la
potenza si dimostra anche in altre vie come attraverso
l'aggiudicazione degli appalti o con la distribuzione degli
incarichi. Il tragico di queste vicende è che determinate ruberìe
sono diventate normali».
Il 2008 è l'anno spartiacque che ha diviso la storia
dell'Abruzzo in un prima e un dopo?
«No, l'Abruzzo resta la regione che era perché non sono le
inchieste a creare il reato. L'Abruzzo è oggi una regione in cui
prosperano gli affari e gli intrecci, a volte illeciti, tra
economia e politica. Quello che trovo avvilente è che questo
connubio continui a proliferare: c'è tanta gente onesta ma alcuni
politici continuano a sbagliare i loro calcoli».
Che profilo viene fuori del politico
indagato?
«Un profilo di enorme fiducia in se stessi, di arroganza, la
convinzione di essere più furbi di quelli che hanno commesso reati
analoghi e che sono stati arrestati. E' come se pensassero: "Io
sono io", ma sbagliano i conti».
Che cosa l'ha disgustata di più in questi anni di
inchieste abruzzesi?
«Disgustato? No, io sono schifato dalla speculazione nella sanità
e da quella nella ricostruzione: certificati di collaudo falsi, non
avere scrupoli quando c'è di mezzo la salute è una cosa ignobile.
Se ci si fa corrompere per un pieno di benzina, credo che siamo
alla frutta».
L'ultima operazione aquilana si chiama Caligola. I
politici, oggi, sono cavalli diventati senatori?
«Bisogna vedere chi è Caligola.. Sono comunque sempre contrario
alle generalizzazioni, non ho la percezione che tutti siano
corrotti, anzi ci sono molte persone oneste».
L'Abruzzo l'allarma?
«Mi allarma pensare che la corruzione, che non si combatte con la
repressione, è diventata un fenomeno mentale che ha bisogno di
un'inversione di tendenza. Una volta si arrestavano persone che si
scambiavano buste in strada, oggi ci sono i conti all'estero, i
nomi di fantasia. Io ho fiducia nella gente, ma le persone devono
iniziare a scegliere, a isolare i "cattivi", perché non è
tollerabile che il bilancio della corruzione sia così elevato.
Esiste un'opinione pubblica che, però, non reagisce più. Oggi ci si
mette a ridere, si giustifica tutto, è un atteggiamento
sconfortante. Se l'opinione pubblica non è unita con il lavoro
della magistratura e degli investigatori si perde».
Quali sono i settori in cui si annida di più la
corruzione?
«Da sempre sono quello dei rifiuti e della sanità perché sono
settori dove esiste una base di liceità, sono affari che hanno una
parvenza di legalità al contrario, ad esempio, della droga. Nei
rifiuti, da sempre, è pesante l'inserimento della criminalità
organizzata. Gli appalti sono un fatto momentaneo che portano alla
nascita dell'opera pubblica e il circuito finisce lì. La sanità no,
nella sanità è importante una distinzione tra pubblico e privato:
il privato deve specializzarsi rispetto al pubblico altrimenti si
torna all'Abruzzo con 31 chirurgie per un milione di abitanti, ci
vuole una revisione».
29 gennaio 2012