Gli indicatori macroeconomici rappresentano a mio avviso la sintesi più efficace per misurare le condizioni di salute di un paese o di una regione, dal livello raggiunto dalla produzione all’efficienza del sistema dei servizi offerti, dall’andamento dell’occupazione alla presenza sui vari mercati internazionali.
Nonostante i tentativi effettuati in sede accademica e istituzionale per introdurre nuovi indicatori statistici, capaci di rappresentare il benessere effettivo di una società oltre i parametri quantitativi, il Pil mantiene inalterata la sua forza interpretativa e ancora oggi rimane l'indicatore più diretto e importante per individuare il tasso di competitività di un territorio rispetto a un altro.
Questa premessa ci conduce ai dati contenuti nel recente Bollettino della Banca d'Italia. Dall'autorevole studio emerge con nettezza come la crisi del debito sovrano abbia negativamente influenzato la crescita del Pil nell'ultima parte del 2011 e fortemente peggiorato le prospettive economiche del 2012. Per quanto riguarda il 2011, il Pil dovrebbe aumentare solo dello 0,4%. Per il 2012 sono invece previsti due scenari, entrambi negativi, che fissano il Pil rispettivamente a meno 1,5% oppure a meno 1,2%, a seconda che il differenziale tra il rendimento dei titoli del debito italiano e i Bund tedeschi oscilli tra i 500 e i 300 punti base. I dati forniti ieri da Prometeia confermano questa tendenza, rimandando al 2014 la ripresa dell'economia italiana.
Il clima recessivo sembra trovare riscontro in tre elementi essenziali: a) nella debolezza
del reddito disponibile delle famiglie e nella riduzione del loro
potere d'acquisto, anche a seguito delle misure restrittive
intraprese dal governo per non inasprire la crisi in corso; b)
nell'ampio margine di capacità produttiva inutilizzata da parte
delle imprese che determina un freno agli investimenti; c) nella
restrizione dell'offerta creditizia che rende più complesso e
difficile il ricorso al sistema bancario di famiglie e imprese. Con
riferimento a quest'ultimo punto, non si è in presenza di una
chiusura del circuito creditizio ma in un rallentamento della sua
dinamica. Le turbolenze sul mercato dei titoli hanno contribuito a
ridurre le prospettive di redditività delle banche, ad aumentare il
costo della raccolta e a peggiorare la qualità del credito
concesso.
Tuttavia è pensabile che il rifinanziamento concesso dalla BCE alle
banche europee, al tasso dell'1%, possa convogliare la maggiore
liquidità non solo verso l'acquisto di titoli ma soprattutto verso
il sostegno alle imprese. In questa difficile fase, le banche
possono attenuare le spinte recessive, venendo incontro alle
esigenze finanziarie del mondo imprenditoriale colpito
dall'andamento stagnante della domanda e dai ritardi nei pagamenti.
Ovviamente l'aspetto creditizio, pur importante, non è sufficiente
per stimolare la crescita nel medio e lungo periodo.
Analogo concetto può essere esteso all'Abruzzo. Difficilmente i
dati prima indicati si discosteranno da quelli nazionali. Anzi è
probabile che la crisi, che è insieme europea e italiana, determini
per la regione un andamento del Pil ancora più basso. L'azione del
governo in tema di liberalizzazioni indubbiamente contribuisce a
eliminare i lacci e laccioli che rendono asfittica l'economia del
paese, a migliorare le aspettative dei mercati e a innalzare la
domanda interna, intaccando le posizioni di rendita e i diffusi
interessi corporativi. Il ripristino del ciclo produttivo è molto
legato all'intensità con cui saranno applicati i provvedimenti tesi
alla maggiore apertura concorrenziale dei settori, in particolare
in quello dei servizi. Forse la prospettiva di conseguire nel medio
periodo un aumento del Pil dell'11%, dell'occupazione dell'8% e dei
salari reali fino al 12% può apparire eccessivamente ottimistica,
ma non v'è dubbio che l'incertezza nei confronti del debito
pubblico si stia attenuando e la maggiore fiducia dei mercati stia
comportando una riduzione dello spread tra titoli italiani e
tedeschi.
Di questi problemi si è discusso venerdì scorso nel Forum
organizzato da questo giornale sulle prospettive dell'economia
abruzzese. Un dibattito importante che ha posto l'accento sugli
effetti delle liberalizzazioni nella nostra regione e sull'esigenza
di alcune privatizzazioni in comparti non secondari dell'economia.
Un confronto serio, che ha anche consentito di approfondire
argomenti rilevanti come la sanità, le infrastrutture, i trasporti
e quel tema di grande attualità che richiama i principi del
comportamento etico nei fatti economici. Bisogna tuttavia
interrogarsi sul perché in l'Italia non si è riusciti a sostituire
al vecchio modello di sviluppo basato su debito
pubblico-svalutazione-competitività-crescita, un nuovo modello che
sposta l'attenzione sulla stabilità economica e sulla rilettura del
welfare come requisito indispensabile per il confronto competitivo
e per la crescita.
Ciò vale anche per l'Abruzzo. Vi è la diffusa consapevolezza che
il vecchio modello basato sul nesso
agevolazioni-investimenti-crescita sia ormai improponibile, ma il
nuovo modello basato sull'innovazione, sulla qualità e sulla
competitività stenta a realizzarsi. Il cambiamento tra i due
modelli è profondo. Si tratta infatti di passare da una concezione
che mira a difendere le imprese dalla concorrenza a un'altra che
tende a innalzare i profili competitivi delle stesse unità
produttive e dell'intero sistema regionale, anche a costo di
sopportare sacrifici nel breve periodo come conseguenza dell'uscita
dal mercato di non poche imprese marginali. Nel primo caso non ci
si preoccupa della qualità della spesa e dei risultati conseguiti.
Nel secondo caso, con risorse scarse e che non vanno sprecate, la
qualità della spesa diventa essenziale per proiettare la regione
nel circuito concorrenziale.
29 gennaio 2012