Abruzzo, anche i parlamentari nel Patto

(a cura di Antonio De Frenza)
Dibattito in redazione con il coordinatore Pdl Piccone, Legnini (Pd) e i rappresentanti di Confindustria e Cna Abruzzo. Le imprese: il progetto per lo sviluppo non funziona. I politici: privatizzare i trasporti

      PESCARA. A che punto è l’Abruzzo? Quali sono le prospettive di crescita, e in quale direzione? Perché il Patto per lo sviluppo di è arenato? E’ possibile in un momento di grande crisi e di grandi emergenze calare in Abruzzo un modello alla Monti: una convergenza tra Pd e Pdl per fare le riforme necessarie? Di questo e di altro si è parlato venerdì nella sala Zatterin della redazione del Centro nel corso di un lungo forum condotto dal direttore Sergio Baraldi. Ospiti i senatori Giovanni Legnini (Pd) e Filippo Piccone, coordinatore regionale del Pdl, gli imprenditori Enrico Marramiero (presidente di Confindustria Pescara), Paolo Primavera (presidente di Confindustria Chieti), Fabio Spinosa Pingue (presidente di Confindustria L’Aquila), Italo Lupo (presidente di Cna Abruzzo), gli economisti Giuseppe Mauro e Alessandro Sarra. È stato Italo Lupo ad aprire la discussione spiegando le ragioni che hanno spinto tre associazioni datoriali, Cna, Confesercenti e Confartigianato, ad abbandonare il Patto per lo sviluppo. Una posizione non condivisa da Confindustria, che però concorda con alcune analisi di Lupo.

    Lupo. «Siamo usciti dal Patto per ragioni di forma e di sostanza. Tutte le promesse fatte si sono andate dissolvendo, non voglio dire per responsabilità solo della Regione. Anche qualche rappresentante del tavolo ha fatto la sua parte. Sostanzialmente abbiamo notato una mancanza di strategia. Negli incontri abbiamo speso tempo per dirci le cose fatte e mai le cose da fare. C'è stata una mancanza
    di strategia anche da parte delle associazioni. Qualcuno ha dimenticato quali dovevano essere i veri motivi del Patto per dare spazio a interessi corporativi. Il compito del Patto è invece di portare al governo regionale un ordine del giorno con le cose da fare. Dunque dobbiamo discutere di problemi e di soluzioni, poi dobbiamo andare dal governo senza troppi fronzoli e dire le nostre proposte. Inutile portare mille argomenti: dobbiamo avanzare a piccoli passi. So che Chiodi ci ha accusato di presentarci in Regione con il cappello in mano. Noi vogliamo solo che le risorse che ci sono vengano messe in circolazione. Senza dimenticare che le idee buone sono quelle che costano meno».

    Spinosa. Il grande intuito del presidente della Regione e delle associazioni è stato quello di mettersi insieme avendo capito che era in arrivo uno tsunami economico. I greci combattevano tenendosi per mano, così dobbiamo fare noi. L'iniziativa è stata meritevole e noi dobbiamo restare nel Patto stimolandolo a fare le scelte giuste. C'è una nuovissima generazione di imprenditori che non chiede fondi, ma che vuole stare in un territorio competitivo. Dobbiamo fare in modo che anche stando sul Gran Sasso si riescano a vendere i prodotti se sono buoni. Per ottenere questo dobbiamo ripesare l'orografia di questo territorio, dobbiamo ridurre l'inefficienza della burocrazia, cercando di copiare gli esempi virtuosi che la pubblica amministrazione italiana offre, penso all'Inps, o all'Agenzia delle entrate. Non vedo perché non si possa replicare a livello locale ciò che funziona a livello nazionale. Nella sanità il commissario Chiodi lo sta facendo, può farlo anche altrove».

    Marramiero
    . È vero, il Patto è uno strumento fantastico, ma in tempo di crisi c'è la tentazione di dare risposte a tutti e questa cosa va cambiata. Noi siamo di fronte a due emergenze: la burocrazia e il credito. Io rimango allibito di fronte ad alcuni articoli della Finanziaria che, forse per stanchezza, sono abominevoli. L'imprenditore è il primo a volere le regole e questo vale anche per le cave. Ma la Regione non può far pagare alle imprese il fatto che è in ritardo di anni per la redazione del Piano cave. L'altra questione è il Via che meritava un'altra riflessione. Aprire l'archivio informatico è un fatto di democrazia, ma noi paghiamo tecnici e politici perché valutino i progetti. Solo loro che hanno il diritto di esprimersi. Qui si vede invece la debolezza dei partiti, che non hanno il coraggio di dire che non si possono fermare i progetti di quelle imprese che hanno rispettato le regole. Penso a quello che succede a Pescara, a Chieti, a Ortona, a Vasto per gli impianti energetici. Per quanto riguarda il credito, noi crediamo nei confidi, ma bisogna creare un effetto di ottimizzazione. Inviterei per esempio la Regione a riflettere come contribuire con proprie risorse al Fondo di garanzia centrale».

    Primavera. «Il patto era nato sotto un altro indirizzo. Era nato per ridisegnare le strategie della Regione; alla fine ognuno ha difeso la sua rappresentanza. Ma quello non è il compito del Patto che è invece chiamato a sanare scelte sbagliate di 15 anni fa e che oggi privano l'Abruzzo di un proprio ruolo, mentre le Marche dialogano con Umbria e Lazio, e la Puglia con la Campania e il Lazio. L'Abruzzo è rimasto fuori da questi processi e oggi ne avvertiamo le conseguenze. Le infrastrutture? D'accordo, ma che ce ne facciamo del porto di Ortona se non viene ridisegnato tutto il resto? Mancano gli interventi dell'ultimo miglio. E' lì che bisogna agire. Per esempio, che ce ne facciamo dell'azienda unica dei trasporti se poi non abbiamo i parcheggi di scambio?»

    Mauro. «Credo che oggi la politica si sia fermata al contingente perdendo di vista la politica del cambiamento. La Regione viene da una contrazione violenta in termini di Pil. In tre anni abbiamo recuperato tre punti su sette, ma è difficile recuperarli entro il 2014. Occorrerebbe una crescita del 2% l'anno, impensabile. Ma il freno della regione risale ancora prima del 2007, va indietro fino al 2000. Dunque la regione ha bisogno non di tornare a crescere, ma di iniziare la crescita. Oggi non occorrono le lenzuolate: io andrei cauto con il discorso sulle liberalizzazioni, mi ricorda quello sull'euro. Quello che dobbiamo sviluppare sono due questioni: la governance delle politiche di sviluppo e gli interventi sulle infrastrutture immateriali, non trascurando i problemi congiunturali del credito. Poi dobbiamo fare anche noi una spending review: ci sono due elementi dei flussi regionali di spesa che sono il doppio di quelli del centronord: il personale e il funzionamento generale, su queste cose bisogna intervenire».
    29 gennaio 2012
     
     

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