PESCARA. Se volevi sapere da lui perché vent'anni fa si era pentito, Italo Ceci rispondeva: «Per tornare a una vita normale». E se gli chiedevi di Rolando Battestini, raccontava della morte del capo in carcere svelando un retroscena che finora nessuno ha mai saputo. «Rolando non si è suicidato per amore di una psicologa. Sono tutte fantasie. Quel giorno del '92 ero con lui a Campobasso. Io so come è morto. E' stato un incidente». Appena qualche mese fa, proprio davanti al negozio "Color Quando", dove il killer venerdì sera lo ha freddato, Ceci parlava del suo passato agghiacciante di rapine, omicidi e pentimento. Del rapporto con Battestini, della vecchia mala pescarese tornata a colpire con rapine ai portavalori, di
Massimo Ballone e degli altri della banda che ormai si era lasciato alle spalle. Ma rivendicava, quasi implorava, un diritto. Quello all'oblio che si era conquistato tanti anni fa quando, al cronista di nera che gli chiedeva perché l'hai fatto, rispondeva: «Perché spero di tornare a una vita serena. Sono stufo dell'ambiente in cui vivo, un ambiente in cui c'è solo violenza gratuita verso i più deboli. Voglio più umanità verso chi soffre. Solo per questo ho iniziato a collaborare». Per vent'anni Ceci ha mantenuto la sua parola. E' stato coerente. Qualche mese fa, davanti al negozio del cognato che gli aveva dato fiducia e un lavoro, le sue frasi di pentimento erano identiche a quelle di tanti anni fa. Qualcuno af
ferma che era lui il capo. «Quella era la banda Ceci», commenta oggi un investigatore della Mobile di quei tempi. Con Rolando Battestini, infatti, era l'unico a non avere un rapporto da subalterno. A differenza di Ballone, che nel libro-memoriale "Al di sotto del cuore" parla del capo come di un mito da emulare; a differenza anche di
Franco Patacca o
Claudio Di Risio, i reduci dei quali la cronaca si è occupata spesso negli anni più recenti, Ceci aveva un rapporto alla pari con Battestini. Era lui a proteggerlo sia negli anni di piombo sia quel giorno in una cella del carcere di Campobasso. Chissà se per chiarire quest'ultimo punto oscuro del passato, qualche mese fa, Ceci ha voluto svelare la vera fine del capo: «E' stato un incidente con una bomboletta del gas», ha detto. «In carcere ci si stordisce così, ma non lo si fa per morire. Gli stavo vicino, gli dicevo di stare attento e di smetterla. Ma quel giorno andò oltre». Sapeva provare pietas, ma parlava pesando sempre le parole. Era attento a ogni cosa o persona che gli passasse accanto. Viveva come se quel passato remoto lo inseguisse ancora e, da un momento all'altro, nonostante l'oblio e la rete d'affetto e protezione dei familiari più stretti, sarebbe tornato per colpirlo alle spalle senza dargli scampo. Come ha fatto due giorni fa. (l.c.)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
22 gennaio 2012
Altri contenuti
- Sulle persone citate
-
- Sugli stessi luoghi
-