di Bruno Forte Potrebbe apparire strano interrogarsi sulla musica e sulla sua capacità di essere strumento di trascendenza in un momento in cui la rilevanza economico-sociale della crisi in atto induce a tutt'altre riflessioni. Eppure, se dalla crisi si vuole uscire, occorre per tutti un cambiamento di mentalità, che dalla logica consumistica e funzionale dominante nel più recente passato ci porti a nuove opportunità, capaci di dare senso e bellezza alla vita anche nel tempo della difficoltà. Mi chiedo perciò se e in che misura la musica possa essere per i figli del post-moderno un linguaggio del "sacro", una via di trascendenza verso il Mistero divino. Il mondo antico aveva della musica una concezione "cosmologica", di cui la voce più autorevole è stata probabilmente quella di Agostino nel suo De musica: "arte del ben modulare", la musica sarebbe l'espressione pura dei rapporti numerici che reggono l'universo, capace di produrre in noi pace interiore, comunione di cuori, anticipo della bellezza celeste. La musica e il canto modale - concepiti in quest'ottica - hanno perciò saputo veicolare quasi naturalmente il sacro, come testimoniano il canto gregoriano e le melodie liturgiche dell'Oriente cristiano.
Propria dell'epoca moderna è invece una concezione "antropologica", secondo cui la musica è espressione del soggetto, dei suoi sentimenti e affetti. Questo modo di pensare va sviluppandosi con l'imporsi moderno dell'armonia, che riconduce alla tonalità unificante - fissata dal compositore - la varietà dei suoni, analogamente a come fa la prospet
tiva nelle arti figurative rapportando l'oggetto al metro visuale
del soggetto. «Quello che fino ad allora era stato letto in senso
esclusivamente orizzontale, come lineare sequenza temporale,
acquisì improvvisamente una nuova dimensione: i collegamenti
verticali facevano presagire una profondità della musica» (H.U. von
Balthasar). La concezione "antropologica" della musica trova una
formulazione filosofica fra le più alte nell'opera di Hegel e di
Schopenhauer: il suono viene colto come metafora dei più profondi
moti dello spirito. La musica diventa il luogo privilegiato in cui
da una parte possono esprimersi i sentimenti del singolo,
dall'altra si va realizzando un superamento dello spirito
soggettivo nell'unità superiore dello Spirito assoluto. Si pensi in
tal senso all'uso della musica nei sistemi totalitari. In
quest'ottica viene però anche a prodursi una musica sacra capace di
esprimere tanto il movimento di trascendenza verso il divino,
quanto quello dell'accoglienza dei singoli nell'unità dello Spirito
eterno: gli esempi vanno dalla polifonia cinquecentesca a Bach,
fino ai grandi capolavori romantici e post-romantici.
Il Novecento conosce la crisi di questo modo di pensare: la
concezione "semiologica", che va progressivamente imponendosi,
situa la musica in rapporto alle strategie di produzione e a quelle
di assimilazione da parte degli ascoltatori. Ciò comporta la
possibilità di trasgredire i confini imposti al "bello musicale"
tanto dalla concezione modale degli antichi, che da quella armonica
dei moderni. L'atonalità e la dodecafonia postulano un libero uso
delle funzioni armoniche, fissato creativamente dall'artista
stesso, spesso subordinando l'armonia ad altri parametri di
linguaggio e a inusitati mezzi di produzione dei suoni (si pensi
solo a Arnold Schönberg e a Luigi Nono). In tal modo la vicenda
della musica contemporanea si pone come un riflesso fedele della
parabola del nostro tempo, che dalle presunzioni di totalità
proprie dei sistemi ideologici perviene alla condizione di
frammentazione e di "naufragio" del cosiddetto "post-moderno".
Viene così ipotizzata una forma musicale in cui la rottura, la
trasgressione e perfino il silenzio non risultino meno eloquenti
dell'armonia e del compimento sonoro. Una simile ricerca musicale -
di cui potrebbero considerarsi esempi nel campo del "sacro" opere
come quelle di Olivier Messiaen o Krzysztof Penderecki o György
Ligeti - veicola il volto trasgressivo e inquieto della crisi
postmoderna. Fino a che punto, tuttavia, si può dire che ci sia
oggi una musica, capace di parlare tacendo e tacere parlando,
donando al tempo stesso orizzonti di speranza e di senso per
superare la crisi? Come una musica, voce delle nostre inquietudini
e insicurezze, potrebbe aiutarci a superarle? Sono le questioni a
cui creatori e fruitori di musica nel nostro presente non possono
non dare risposta. Anche così è vero che dalla crisi non si uscirà
se non insieme!
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22 gennaio 2012