di Andrea Mori
L’ingresso del reparto di neonatologia
PESCARA. Il piccolo Alinovi è morto in ospedale a causa di una serie di imperizie e negligenze da parte dei medici che avrebbero dovuto curarlo. È la conclusione a cui è giunta la Procura nell'inchiesta del bimbo di Vasto deceduto dopo due interventi chirurgici. Il magistrato chiede il processo per 5 medici, fra i quali il primario di chirurgia pediatrica. L'accusa: omicidio colposo.
A due anni e mezzo dalla morte di Paolo Alinovi - nato a Vasto, trasferito a Pescara a causa delle sue condizioni e deceduto il 29 luglio 2009 - si chiude l'inchiesta che ha portato a dolore, polemiche e proteste sfociate anche con scambi di accuse e denunce. Da una parte i genitori che chiedono verità, affiancati dagli iscritti all'associazione sui casi di malasanità e che porta il nome dello stesso bambino; dall'altra parte i medici di chirurgia pediatrica che si sono sempre difesi e che nel loro lavoro sono sostenuti dalle associazioni di volontariato (l'associazione Amico in particolare) vicine all'intero reparto.
La Procura tira fuori dal fascicolo 6 degli undici indagati iniziali e chiede il giudizio per cinque medici per omicidio colposo in cooperazione. Sono: il primario Pierluigi Lelli Chiesa, 60 anni, di Roma, residente a Pescara, considerato una sorta di luminare; i dirigenti di Chirugia pediatrica Carlo Rossi, 57, di Loreto Aprutino, Michele Favale, 56, di Castellaneta (Teramo), Luigi Sardella, 55, di Notaresco (Teramo) e il dirigente anestesista del reparto di rianimazione Antonello Persico, 54, di Chieti, residente a Pescara.
Ma che cosa avvenne quei gior
ni in ospedale? Perché Paolo Alinovi morì? Il nenonato fu
ricoverato a Pescara a maggio e operato una prima volta per sub
occlusione intestinale; il 28 luglio venne sottoposto a una seconda
operazione di chiusura della stomia di cui era portatore.
Secondo il pm Salvatore Campochiaro i medici indagati avrebbero
«cagionato la morte per anemia acuta, dovuta ad un grave disturbo
della coagulazione, da un gravissimo stato di shock ipovolemico, da
insufficienza renale acuta e da una severa iperpotassiemia»: tutte
complicanze conseguenti al secondo intervento chirurgico addominale
al quale il bimbo era stato sottoposto.
Il magistrato sostiene che il primario Lelli Chiesa, il chirurgo
Rossi e il dottor Favale quale anestesista, nella parte finale del
secondo intervento, quel giorno non avrebbero dato alcuna
indicazione ai medici del reparto che presero in cura il neonato
per il decorso postoperatorio; «non avrebbero prescritto, né
effettuato esami tempestivi idonei a tenere sotto controllo le
anomalie», esami che sempre secondo la Procura, avrebbero
consentito interventi rapidi di riequilibrio dei valori. Inoltre il
primario (quale responsabile del reparto), e i dottori Persico e
Sardella, responsabili del paziente nel decorso postoperatorio,
avrebbero omesso di operare i necessari monitoraggi (esami di
laboratorio e strumentali, sorveglianza clinica), e di adottare
«comunque tempestive ed idonee terapie di contrasto trasferendo il
bimbo nel reparto di terapia intensiva neonatale». E questo
malgrado durante la notte le condizioni del piccolo peggiorassero
fino al mattino, quando si verificò lo stato di shock ipovolemico.
Per altro al dottor Serpico, di turno quella notte, viene
contestato anche il fatto di aver adottato una terapia
farmacologica sbagliata («assolutamente non adeguata») alla
situazione ed alle condizioni del neonato. Il piccolo Paolo fu
trasferito la mattina del 29 luglio in terapia intensiva. Ma fu
troppo tardi.
Per giungere a queste conclusioni, fondamentali si sono rilevate la
consulenza tecnica del medico legale Cristian D'Ovidio e la perizia
svolta in incidente probatorio (atto irripetibile che ha valore di
prova) del professor Giuseppe Fortuni e del dottor Fabrizio
Demaria. Il 27 marzo è fissata l'udienza dal giudice. Un attesa di
altri due mesi verso la verità.
© RIPRODUZIONE
RISERVATA
17 gennaio 2012