di Ylenia Gifuni
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PESCARA. «Siamo in mezzo a due fuochi: da un lato c'è la vita umana e dall'altro la sopravvivenza economica». Scrolla la testa, l'armatore Francesco Scordella
, mentre evidenzia la tragica condizione degli oltre 300 marinai pescaresi. L'intesa raggiunta all'Aquila dalla classe politica regionale e locale e dai rappresentanti delle categorie produttive non basta a bloccare la protesta.
Per i portuali, abituati a intrecciare le reti e affidare la propria vita al via vai delle correnti, ogni rassicurazione suona come l'ennesima beffa. L'ultima, in ordine di tempo, è stata comunicata ieri mattina dal commissario straordinario del porto
Guerino Testa e dal questore
Paolo Passamonti, accorsi nei pressi del mercato ittico per cercare di calmare gli animi infuocati di una cinquantina di operatori.
«Venerdì è in programma un incontro a tre con l'Arta, il consulente della Procura e l'Ispra», rende noto Testa, «dovrà essere chiarito una volta per tutte il metodo da seguire per le controanalisi perché non è possibile che gli stessi campioni analizzati dall'Arta e dal Noe facciano emergere risultati così discordanti, al punto da bloccare un dragaggio già avviato».
La macchina politica è in moto per cercare di azzerare i tempi della ripresa delle operazioni di escavazione dello scalo. Si lavora anche per ottenere l'erogazione dei fondi da destinare alle imprese colpite dall'emergenza e i due anni di cassa integrazione arretrati per gli imbarcati. Il commissario straordinario vorrebbe che
già venerdì fossero effettuati i nuovi esami dall'Ispra, l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, chiamato a mettere la parola fine all'altalena dei risultati sulla qualità dei fanghi da smaltire.
Ma intanto al porto di Pescara tutto è fermo. I 54 pescherecci, le 60 barche per la pesca a strascico, le 15 vongolare, le 3 lampare e le 15 imbarcazioni più piccole sono ormeggiate alla banchina dall'inizio del 2012. L'aria che si respira al molo sud è tesa.
«Anche l'indotto è a terra», è l'amara considerazione di Scordella, «in questa parte della città nessuno lavora più: i ristoranti non hanno più il pesce fresco e gli stessi commercianti al dettaglio hanno ridotto gli incassi. A Natale è stata venduta la metà della merce rispetto allo scorso anno. Qui, se non s'inizia a dragare, chiudiamo tutti».
Il dramma degli armatori coinvolge sia i proprietari dei pescherecci più grandi sia le imbarcazioni medio-piccole. «L'insabbiamento dello specchio d'acqua ha raggiunto livelli drammatici», racconta un altro armatore,
Massimo Camplone, «al punto che si è ristretto ulteriormente l'imbocco del canale. Nei casi di maltempo, quando c'è nebbia o le correnti spingono dalla parte opposta, anche le barche più piccole incontrano serie difficoltà per entrare e uscire. La vita degli imbarcati è quotidianamente a rischio, eppure i contributi dobbiamo pagarli lo stesso».
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11 gennaio 2012
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