di Barbara Di Gregorio
«Il libro dell'amico e dell'amato» di Ramon Llul non è un testo semplice né tanto meno immediato. A tratti illuminante, più spesso sfuggente ed oscuro: eppure non si può fare a meno, conoscendo la vita dell'autore, di appassionarsi ai suoi lapidari versetti e al sistema di pensiero che ne costituisce la base.
Nato nel 1232 da una famiglia di ricchi commercianti maiorchini, siniscalco del re Giacomo II a soli 25 anni, Ramon Llull vive senza inibizioni tutti i piaceri che la corte riserva a un giovane ricco. Finché una notte del 1263 l'immagine di Cristo crocefisso comincia a tormentare i suoi sogni. Smette gli abiti di corte, indossa il saio francescano: intraprende un percorso mistico che lo trasforma in un personaggio scomodo, all'interno di quella stessa chiesa che tre secoli dopo lo dichiarerà beato. Il beato Raimondo Lullo, in italiano.
Sono gli anni delle crociate, dei massacri e della guerra santa: eppure Llull, convinto che l'amore di Dio sia agli antipodi della violenza, studia la lingua e la filosofia musulmana per convertire gli infedeli attraverso la logica della parola.
Fonderà la prima scuola di arabo per missionari, diffonderà le sue idee presso le università
francesi e italiane, predicherà a Cipro, in Asia minore e a Gerusalemme, e troverà la morte ormai ottantaquattrenne mentre viaggia verso la Tunisia pronto a una nuova missione. In tutto questo non smetterà mai di scrivere per tramandare ai suoi seguaci l'arte della conversione dialettica.
Se l'Ars lulliana rappresenta in tal senso una vera enciclopedia,
«Il libro dell'amico e dell'amato», raccolta di versetti in forma
di romanzo, ha ancora oggi la forza di avvicinare il lettore alle
logiche alate e stringenti del pensiero lulliano: è un canto
d'amore a dio, che si trasfigura un versetto dopo l'altro in un
canto d'amore dedicato a tutti i viventi: oggi, grazie alle
Edizioni Noubs, con il contributo dell'Istituto Ramon Llull per la
lingua e la cultura catalane, questo testo fondamentale torna in
Italia in una nuova edizione critica.
La prima che ne rispetti appieno la struttura originale: ne
parliamo con Federica D'Amato, studiosa abruzzese che l'ha curata e
tradotta. Specializzata in filologia romanza presso l'Università di
Harvard, attualmente vive a Pescara occupandosi di filosofia
contemporanea e letteratura medievale e moderna.
Dia ai lettori una buona ragione per affrontare, in pieno
XXI secolo, l'opera in versetti di un frate catalano vissuto nel
1200.
«Troppi numeri, la letteratura non è matematica, e la
potenza di un capolavoro non va certo a scemare negli anni. E se
questo è vero per tutti i grandi, a maggior ragione lo è per Llull
che incarna un conflitto ancora oggi vivissimo: fu lui il primo a
cercare una conciliazione, almeno dialettica, tra la cultura
cattolica e quella musulmana. Nel medioevo era rarissimo, che un
missionario studiasse una lingua straniera senza esservi costretto:
lui, oltre a imparare l'arabo, volle al suo fianco un servo
musulmano per osservarne la religiosità in maniera più obiettiva
possibile. Era un vero e proprio intellettuale "sul campo": la sua
idea era che la religione cristiana potesse essere rivoluzionata
solo dall'interno».
E ci ha provato sul serio?
«Certo. Ad esempio scagliandosi apertamente contro la
corruzione del clero; ma soprattutto col suo coraggio di mettere in
discussione il concetto stesso di assioma, e con esso,
naturalmente, tutti gli assiomi di cui si nutre la fede:
dimostrarli razionalmente sarà una delle grandi sfide della sua
vita, prima di arrendersi, nell'ultima fase del suo pensiero, alla
logica dell'ineffabile. Sarà allora che si avvicinerà alla
filosofia dei dervisci, mistici anacoreti musulmani, e troverà
nella follia d'amore l'unico contatto con Dio realmente possibile».
Torniamo al libro dell'amico e dell'amato. Perché è un
testo fondamentale?
«Senza dubbio per la sua bellezza, e certamente, anche,
per il valore di rottura rispetto ai sistemi di pensiero
dell'epoca. Tuttavia un aspetto importante del libro è il suo
valore linguistico: le lingue del medioevo erano koinè di lingue
romanze autonomamente poco definite, a livello istituzionale si
usava il latino. Llull, proprio come il suo contemporaneo Dante
Alighieri, scriveva e parlava sia in latino che in "volgare"
(catalano provenzale castigliano). Nel libro sperimenta un suo
personale dialetto, e accoglie inoltre suggestioni linguistiche
proprio da quei dervisci di cui si diceva: i termini "amico" e
"amato", usati per definire il credente e il suo dio, sono
utilizzati in senso analogo in molta della loro secolare produzione
lirica».
E perché una nuova edizione, oggi?
«Nonostante la sua importanza, oggi la figura Llull è
ancora poco conosciuta al grande pubblico. E' vero che affronta
temi altamente specialistici, ma è vero anche che la sua opera è
sempre stata poco diffusa sia sul versante cattolico che laico. La
presente edizione critica, inoltre, è quella aggiornata nel 1995
dal filologo catalano Albert Soler: 357 versetti, vale a dire il
corpus originale dell'opera, a fronte dei 366 riportati nella
precedente traduzione italiana per via del "tradimento" dello
studioso Jacques Lefèvre dé Taples. Nel '500, confrontando diverse
copie miniate dell'opera, stabilì che il numero dei versetti
dovesse essere pari a quello dei giorni
dell'anno. Come in un almanacco, genere all'epoca di grande
successo».
Quali criteri ha seguito nel tradurre in italiano il
dialetto catalano di Llull?
«Per quanto riguarda i termini specifici ho condotto
un'indagine sugli scrittori contemporanei di Llull, su tutti Dante
Alighieri, e ho cercato di riecheggiare l'italiano volgare dei
tempi. Ho variato leggermente l'ordine sintattico di alcuni
versetti, nei casi, pochi, in cui una traduzione troppo fedele ne
avrebbe rovinato la bellezza. E' stato un lavoro davvero
appassionante».
Perché?
«Amo il medioevo e le lingue romanze: studiate a
posteriori, permettono di cogliere le lingue nel momento della loro
stabilizzazione e quindi di scoprirne l'origine. Sono molto
orgogliosa, inoltre, perché questo progetto ha stabilito un legame
tra l'editoria abruzzese e il prestigioso Istituto Ramon Llull per
la lingua e cultura catalane».
© RIPRODUZIONE
RISERVATA
6 novembre 2011