Marco Fumo e il ragtime
"Ecco il paradiso perduto"

Il pianista pescarese racconta la voluta ambivalenza del fenomeno musicale che interpreta e incarna, col suo essere non-jazzista e non-classico

    di Jolanda Ferrara «Il ragtime? Per me una dolce condanna. A distanza di oltre 30 anni di pratica, non si è capito ancora cos'è questo genere musicale. Una fortuna, da un lato, perchè mi ha reso riconoscibile, identificabile. Dall'altro una sfortuna, perchè quando non sei nè carne nè pesce ingeneri diffidenza, non sei classificabile. Però tutto questo è servito a darmi una certa notorietà». Marco Fumo sembra divertito dalla voluta ambivalenza del fenomeno musicale che interpreta e incarna, col suo essere non-jazzista e non-classico, «un musicista borderline» afferma compiaciuto.

    Lei è riconosciuto tra i migliori interpreti del repertorio pianistico africano-americano. E dice di essere diventato pianista un pò per gioco un pò per trasgressione. È così?
    «Purtroppo non sono un musicista jazz. Avrei avuto il piacere di fare jazz, ma il ragtime rappresenta per me una specie di recupero di un paradiso perduto. Ho scelto quello delle origini per adattarmi in qualche modo agli ambiti "seri" della musica classica con cui mi sono formato per conseguire il diploma al Santa Cecilia, voluto dai miei famigliari per i quali fare il musicista non era considerata una professione. L'accostamento al ragtime all'inizio degli anni Ottanta è stato per me una sorta di scelta riparatrice rispetto a quello che avevo fatto sino ad allora e che non corrispondeva alla mia personalità musicale».

    Un tipo di repertorio nato come musica scritta a fine Ottocento per diventare musica colta africana americana, come ben dimostra il suo ultimo lavoro in sala d'incisione, il d
    ecimo, dedicato all'interpretazione del jazz primigenio "The early ragtime", uscito su file in gennaio e in vendita on line, realizzato in alta definizione acustica da una casa discografica di Bassano attiva solo su internet.
    «Il mio è un discorso dedicato al repertorio pianistico, che nasce dalla commistione tra musica africana ed europea, con radici più lontane e praticamente sconosciute: un arricchimento dal punto di vista strumentale, per me pianista di formazione accademica. Ho sempre pensato che il jazz non comincia con Charlie Parker, e che è solo una parte del contenitore più ampio che è la cultura africana americana. Il jazz è libertà, aperto a ogni globalizzazione, è la musica del futuro perchè capace di inglobare tutto. Laddove il ragtime è musica scritta per diventare colta».

    Un fenomeno che si riserva di scandagliare ulteriormente con i prossimi progetti discografici.
    «Sì, ho in animo un numero due di Early Ragtime e un altro progetto dedicato alle danze di fine '800 e primi del '900: tango, danza cubana, ragtime, cakewalk. Per fare un disco di vari autori e dare così un'idea dei vari fenomeni musicali che hanno una matrice comune».

    I suoi concerti però sono rari.
    «In effetti. L'ultima volta a Pescara ho suonato nel 2005 con Enrico Pieranunzi per la stagione concertistica della "Barbara"; nel 2002 per la rassegna "Jazz'n fall" con la direzione di Bruno Tommaso e con l'Orchestra giovanile abruzzese. Ho sempre avuto un ottimo rapporto con i rappresentanti della cultura musicale abruzzese: Nino Carloni, Vittorio Antonellini e i Solisti aquilani, l'Orchestra sinfonica abruzzese, Francesco Sanvitale, Walter Tortoreto, l'Estate musicale frentana».

    Per quattro edizioni ha diretto, tra gli anni '70 e '80, la rassegna "Musica del nostro secolo" a Pescara.
    «E quando poteva diventare qualcosa di importante il discorso politico ha preso il sopravvento. Grazie al sostegno di Adelchi De Collibus e Adriano Michetti, in quattro anni ho quadruplicato il bilancio della rassegna, proposto concerti in prima assoluta italiana. Poteva diventare un festival di musica contemporanea di portata nazionale con la peculiarità di avere un gruppo di musicisti abruzzesi che suonavano nel festival e solisti ospiti di livello internazionale. Dopo questo tentativo il Comune di Pescara invitò personaggi come Berio, Bussotti, Stockhausen spendendo decine di milioni di lire: un investimento che non ha lasciato traccia in città. Sarebbe stato auspicabile invece, senza produzione culturale non si cresce».

    Grazie alla sua collaborazione con Ennio Morricone, il maestro intervenne al Circus per sostenerla candidato nella lista civica alle comunali del '90.
    «Con Morricone e Francesco Sanvitale facemmo una specie di talk show inframezzato da musiche da film e musica contemporanea in un teatro strapieno. Un grandissimo regalo da parte del maestro. Non fui eletto ma portai un pò di voti alla causa».

    Il suo legame con gli allievi del conservatorio di Pescara dove ha insegnato per vent'anni?
    «Posso dire di avere avuto una mentalità aperta. I miei ex allievi fanno un pò di tutto. Ho svolto una funzione, non li ho prodotti con lo stampo. Tra i tanti, più affermati sono Marco Di Bari, Angelo Valori, Michele Di Toro. Oggi i confini sono più labili, certi steccati sono in via di demolizione e internet rende più attenti e recettivi».

    Come vede la situazione delle scuole di musica con i tagli alla cultura?
    «Per i conservatori è un periodo di transizione dal vecchio al nuovo che dura da troppo tempo. Perciò sono andato volontariamente in pensione. È un momento negativo per le possibilità insegnare, fare i musicisti. Il rallentamento della mia attività è anche in conseguenza a questo».

    Cosa pensa dei festival jazz sempre più trasversali, in cui si parte dal jazz per approdare al rock, pop, contemporanea.
    «Più che un'operazione di facciata per esigenze di spettacolarizzazione, farei un discorso di sostanza mischiando i vari ambiti musicali alla ricerca di originalità del linguaggio. Così come accade non c'è un passo avanti, è semplice giustapposizione più che intreccio».
    11 settembre 2011
     
     

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