di Antonio De Frenza
PESCARA. La promessa di
Alfredo Castiglione è di quelle impegnative: «Farò di tutto per ridurre della metà i tempi di realizzazione della riforma dei consorzi industriali». L'assessore regionale alle Attività produttive al momento di varare il provvedimento che norma la nascita della società unica Arap (Azienda regionale aree produttive) aveva ascoltato esperti e consulenti sui tempi necessari per arrivare alla fusione dei sette enti («sette distinte fusioni», puntualizza Castiglione) e aveva accettato un cronoprogramma di ben 18 mesi per chiudere i consorzi e aprire la nuova fase del consorzio unico.
Ora, dopo le critiche e le perplessità, non solo delle opposizioni, Castiglione rivede al ribasso le stime, ma avverte: «Ci sono passaggi complicati: sul disciplinare, per esempio, è importante che si rifletta bene, qualche mese in più, perché stabilirà le regole per rendere omogenee le esigenze e le risposte del territorio in termini di compiti e di servizi. E poi c'è bisogno di concertazione con le forze sociali e con gli enti pubblici».
Non sono poi ben chiari nel dettaglio alcuni passaggi (per le fusioni occorrerà una semplice licitazione o una gara europea? Il notaio come andrà scelto? In ballo c'è un patrimonio complessivo di circa 300 milioni in infrastrutture e immobili): «Utilizzerò a fondo i dirigenti regionali che sono molto esperti, coinvolgerò le facoltà di economia e di legge delle nostre università, ricorrerò ad altre figure solo quando sarà necessario», dice Castiglione.
L'ITER. Tra
diciotto mesi (o tra nove mesi, nell'ottimistica riprogrammazione
dell'assessore) la fine dei consorzi industriali, decreterà
definitivamente l'uscita di scena di una struttura chiave
dell'Intervento straordinario del Mezzogiorno.
E' localizzata nel Mezzogiorno infatti la gran parte dei 69
consorzi del paese oggi attivi, e tutti alla ricerca di gestioni
più innovative (la Regione Sardegna ha messo praticamente in
liquidazione i suoi 16 consorzi mentre i pochi del nord hanno già
preso strade diverse).
L'Abruzzo non aveva alternative alla riforma. I sette consorzi,
già commissariati da anni, e in larga parte indebitati, hanno
poteri residuali (espropri, concessioni di aree, una struttura
organizzativa, 98 dipendenti in totale, fortemente orientata
sull'urbanistica più che sui servizi) esercitati non sempre in
maniera trasparente.
E nel processo di crescita dell'industria regionale, le aree sono
rimaste sostanzialmente isolate. Oggi nelle sette Asi sono
insediate appena 1.725 aziende. Le aree interessano solo 47 comuni.
Tra l'altro nel corso degli anni la capacità attrattive di queste
aree è diminuita e in alcuni casi completamente assente, mentre la
crisi degli ultimi anni ha bloccato gli unici due consorzi in
espansione: Sangro e Trigno. Se si prende in considerazione il
2009, l'Asi del Vastese ha registrato 11 assegnazioni di aree, il
Sangro 7, Sulmona nessuna assegnazione, Avezzano una sola
assegnazione, Teramo 5 assegnazioni, Pescara è ormai satura,
L'Aquila è rimasta ferma per il terremoto. In sostanza, come scrive
Castiglione nella presentazione della riforma «lo sviluppo
industriale del territorio avviene in buona parte al di fuori dei
consorzi». Con problemi nella gestione delle aree. Perché dove il
consorzio non c'è, i Comuni non hanno la possibilità di farsi
pagare i servizi, neanche i più elementari, come lo sfalcio
dell'erba. Le uniche entrate per gli enti locali vengono dall'Ici.
Da tutto questo deriva che i consorzi registrano una bassa
redditività. Per dirla con l'assessore «un disequilibrio
strutturale crescente in termini di capacità di remunerazione dei
propri costi di esercizio». I costi sono cioè superiori ai ricavi,
perché in molti casi i servizi non vengono erogati, con grande
insoddisfazione da parte delle aziende, che sarebbero ben disposte
a pagare servizi efficienti. Non stupisce dunque che la gestione
dei consorzi sia in passivo. Cinque su sette non hanno i conti in
ordine, con perdite complessive di 3-4 milioni l'anno. Solo i
consorzi Sangro e Vasto sono in leggero attivo, ma per
l'assessorato i conti sono comunque a rischio «per la vetustà degli
impianti che vanno rinnovati» e perché il 50% degli introiti arriva
da un solo soggetto. Diverso il discorso del consorzio Val Pescara
gravato da una quarantina di milioni di debiti per la questione,
ancora in sospeso, del pagamento delle aree esproriate dell'asse
attrezzato. Il consorzio subirà un iter diverso dagli altri e sarà
liquidato.
IL CAMBIAMENTO. La crisi delle aree industriali
tradizionali obbliga al cambiamento. L'obiettivo della Regione, che
sarà socio di maggioranza del nuovo soggetto gestore, è di arrivare
a costruire un sistema di aree nelle quali coniugare innovazione,
competitività e soprattutto salvaduardia ambientale, per costruire
quel sistema produttivo diffuso che la Regione identifica nei Poli
d'innovazione (aggregazioni permanenti di imprese all'interno di
specifiche filiere produttive), nelle Reti d'imprese (aggregazioni
temporanee di soggetti privati su progetti comuni), nei cluster
(sistemi "virtuali" multi-filiera).
Nelle aree la pianificazione sarà di competenza delle Province e
dei Comuni, la gestione sarà a carico dei Comuni, la Regione si
riserverà una funzione di programmazione. Ma il punto chiave della
riforma resta uno: «L'erogazione di servizi alle imprese
localizzate in tutte le aree destinate ad attività produttive
rispondenti alle nuove esigenze e con livelli di qualità (e di
tariffe) omogenei su tutto il territorio regionale».
E converrà familiarizzare da subito con un termine: "Apea", Aree
produttive ecologicamente attrezzate, che saranno attuate dai
Comuni singolarmente o in forma associata, dall'Arap, da altre
forme associate di soggetti pubblici, e da imprese che si
convenzionano con gli enti pubblici privati.
Dalla riforma la Regione pensa che potrà derivare una forte
attrattività delle aree e stimolare la nascita di società di
servizi e dunque di nuovi posti di lavoro.
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27 luglio 2011