di Antonio De Frenza
PESCARA. Il caso Picciano agita il Pd. Ma non per l'improbabile espulsione dal partito dell'europarlamentare Paolo De Castro e dell'ex assessore regionale Donato Di Matteo, come ha chiesto il coordinatore del circolo democratico piccianese alla commissione di garanzia. La partita che si sta giocando a Picciano, si ragiona nel Pd, può essere invece la miccia che può accendere le polveri della partita delle elezioni regionali. Per riepilogare.
Il Pd di Picciano si è molto irritato del fatto che il prodiano De Castro, invitato da Di Matteo, di cui è amico, abbia presentato qualche giorno fa Vincenzo Catani, il candidato sindaco di una lista concorrente a quella del Pd. A Di Matteo il Pd piccianese rimprovera invece di giocare una doppia e tripla partita reclutando anche esponenti di centrodestra («ma lo fanno a titolo personale», ha subito avvertito il presidente provinciale del Pdl Lorenzo Sospiri). Netta è stata la censura del segretario provinciale di Pescara Antonio Castricone: «E' gravissimo che un europarlamentare del Pd, pur informato, sia stato presente a una iniziativa di una lista di tutt'altra ispirazione in un luogo dove il circolo locale del Pd ha presentato sua lista».
Altrettanto netta la difesa di Di Matteo da parte del segretario aggiunto del Pd di Pescara Antonio Di Marco: «Volevano imporci il candidato con metodi da Soviet supremo. Catani è stato sempre un democratico ed è normale in un piccolo comune presentare liste che raccolgono candidati di diverse esperienze politiche».La verità è che a Picciano, come a Vasto qualche settimana fa
(con un lungo conflitto intestino sanato da un commissariamento e
da primarie molto partecipate) e come in altre realtà della
regione, il Pd fatica a trovare una unità che non sia solo di
facciata. A Picciano il Pd è spaccato: c'è un partito ufficiale con
una manciata di iscritti e un partito che oggi sta fuori dal
partito e che appare più forte, anche perché può giocare con più
autonomia sul tavolo delle alleanze.
E c'è un Di Matteo, elettoralmente molto saldo nel territorio, che
sta decidendo di tornare in partita dopo due anni di purgatorio
imposto dall'inchiesta su Bussi (dalla quale è uscito). Un
purgatorio iniziato alle regionali del 2008 quando fu invitato
dall'allora segretario regionale Luciano D'Alfonso a non
partecipare per il veto di Idv e Rifondazione; continuato con le
Provinciali del 2009, quando la sua candidatura (doveva essere il
vice della candidata del centrosinistra Antonella Allegrino) fu di
nuovo stoppata dai dipietristi nonostante il rammarico pubblico del
commissario Pd Massimo Brutti che giurò «d'ora in poi mai più
veti!».
Oggi Di Matteo è presidente di una sua associazione, Progetto
Abruzzo che, probabilmente alle prossime regionali si trasformerà
in una lista civica. Con lui ci sono esponenti del Pd (attivi o in
sonno) come Marco Verticelli e Antonio Boschetti, che difficilmente
potrebbero trovare posto nel partito guidato dal segretario Silvio
Paolucci, deciso a imporre un profondo rinnovamento dei quadri
dirigenti (e si sa che le candidature alla Regione sono il segnale
per eccellenza del rinnovamento di un partito). Ma la lista
extrapartito di Di Matteo potrebbe condizionare fortemente la
scelta del candidato presidente del centrosinistra. Soprattutto se
dovesse spuntarla un esponente Pd (molto interessati sono Giovanni
Legnini e Camillo D'Alessandro). Per questo Di Matteo soffre oggi
nel Pd di un dissenso pubblico inespresso, che però in privato si
traduce spesso in consenso esplicito.
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1 maggio 2011
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