CIVITELLA DEL TRONTO. Il 17 marzo 1861, mentre a Torino il Parlamento sabaudo proclamava il neonato Regno d'Italia, la bandiera bianco-gigliata dei Borbone sventolava ancora su Civitella del Tronto. Estremo lembo settentrionale d'Abruzzo, ultima fortezza del Regno delle Due Sicilie a resistere all'invasore piemontese. Quella bandiera sventolerà ancora su Civitella per tre giorni.
Il mattino del 20 marzo, dopo due giorni di massiccio cannoneggiamento da parte degli assedianti, la guarnigione che difendeva Civitella - ormai ridotta a meno di 300 uomini, affamati e con le divise lacere - si arrenderà, sancendo la «vera» unità d'Italia. Un'unità di fatto, reale e non formale, che i libri di storia avrebbero però ignorato. Il perché dell'oblio, forse, sta nel racconto dell'assedio. Una vicenda militare controversa, con pagine poco onorevoli per entrambe le parti e persino un pizzico di comicità. Non altro che comico si potrebbe definire il fatto che il 16 marzo Cavour convocò il Parlamento per il giorno dopo con l'obiettivo di proclamare l'Italia unita avendo saputo dai suoi generali che Civitella, il 17, si sarebbe arresa, e invece Civitella non si arrese. Se il 17 marzo festeggiamo i 150 anni, è per quella beffarda circostanza maturata in Abruzzo. Ma anche questo è ignoto ai più.
LA SPACCATURA. I sette mesi che vanno dalla proclamazione dello stato d'assedio alla capitolazione raccontano molto di come, all'epoca, la popolazione civile fosse spaccata tra filounitari e filoborbonici. Quei mesi vedono n
ascere, nel Teramano e non solo, un movimento di resistenza al
nuovo Stato - il cosiddetto brigantaggio - che durerà ben oltre la
caduta dei Borbone, con morti, sofferenze e distruzioni che
colpiranno in gran parte i civili. Intanto, va subito fugato il
dubbio che Civitella fosse un granitico covo di filoborbonici.
Anche lì, nel 1848, la repressione di re Ferdinando II si era
abbattuta sui filounitari ed erano stati arrestati gli aderenti di
un Circolo Nazionale appena costituito.
I PREPARATIVI. Il Regno delle Due Sicilie sa di essere
destinato a subire un'invasione. Nel 1859, per fronteggiare un
possibile attacco dal Tronto, re Francesco II invia in Abruzzo una
colonna di 12mila uomini al comando del generale
Salvatore
Giuseppe Pianell, che ispeziona la fortezza di Civitella e
chiede per essa urgenti lavori di rafforzamento. Intanto cambia il
comandante della piazza: il colonnello
Francesco
Vallese viene sostituito dal maggiore
Luigi
Ascione. Nel maggio 1860 Garibaldi sbarca in Sicilia e le
truppe dislocate in Abruzzo vengono trasferite in Calabria, mentre
Pianell torna a Napoli e diventa ministro della guerra. Non
dimentica però Civitella: in agosto vengono eseguiti i lavori per
rinforzare la fortezza.
IL REGNO CROLLA. In settembre gli eventi precipitano.
Garibaldi il 7 entra a Napoli e re Francesco II costituisce un
nuovo governo a Gaeta. Già l'8 a Teramo viene formato un governo
locale provvisorio, liberale e unionista, che chiede al maggiore
Ascione di cedere la piazza. Ascione risponde che per farlo è
necessario un decreto reale o la capitolazione davanti ad azioni di
forza, e il 9 dichiara lo stato d'assedio. In quel momento la
guarnigione ha 8 ufficiali e 764 tra sottufficiali e militari di
truppa, cui si aggiungerà un reparto di guarnigione civica, e 36
pezzi di artiglieria, ma solo 17 utilizzabili. Il 16 le guarnigioni
di Pescara e L'Aquila si sbandano. Civitella tratta un'eventuale
resa con il governo provvisorio di Teramo, che disloca un'unità
della guardia nazionale a Faraone, ma le trattative falliscono
anche perché da Gaeta si ordina di resistere «fino all'estremo
sacrificio».
IL SACCO DI CAMPLI. Il 12 ottobre il corpo di spedizione
piemontese varca il Tronto e Vittorio Emanuele II viene accolto a
Giulianova da una folla festante. Il 21 il plebiscito sancisce
l'adesione «bulgara» della popolazione meridionale (ma meglio
sarebbe dire di una parte di essa) al nuovo regno. A Civitella,
però, non cambia nulla. Anzi. La guarnigione - rinforzata da
irregolari arruolati nelle campagne - il 24 ottobre va addirittura
all'attacco di Campli, la più vicina città controllata dai
filopiemontesi, per vendicare un lealista ucciso in uno scontro a
fuoco con la guardia nazionale. L'assalto frutta 24 prigionieri,
450 fucili e 10 cavalli e si conclude con un brutale saccheggio
della storica città dei Farnese, i cui danni vengono valutati in
29mila ducati dell'epoca.
IL BLOCCO. A questo punto Civitella, per gli unionisti,
diventa un problema da affrontare di petto. Il 27 ottobre la
seconda Legione Sannita (400 volontari arruolati in Abruzzo su
ordine di Garibaldi) comincia il blocco della fortezza. Il 2
novembre arrivano i primi reparti dell'esercito piemontese e il 3
novembre vengono sparati i primi colpi di cannone contro il forte.
Il 10 si verifica il primo scontro assedianti-assediati con la
sortita di 200 borbonici a Santa Maria dei Lumi: 18 piemontesi
restano feriti.
CHI COMANDA. Il maggiore Ascione è solo formalmente
comandante della piazza. In realtà è il capitano
Giuseppe
Giovine a guidare con piglio deciso le operazioni. Ad
animare la resistenza, anche tra la popolazione, sono il frate
Leonardo Zilli e il capo partigiano
Zopito
Di Bonaventura; tra la truppa il «duro» è il sergente
Angelo Messinelli.
LA GUERRIGLIA. Intorno a Civitella, a sostegno della
guarnigione, si sviluppa una diffusa e accanita guerriglia alla
quale il governo provvisorio di Teramo risponde con un'ordinanza
che prevede processi sommari e fucilazioni per i cosiddetti
«briganti». Gli attacchi dalle montagne alle truppe assedianti si
susseguono, spesso coordinati con le sortite della guarnigione. I
guerriglieri riforniscono i soldati di viveri, in cambio ricevono
armi e munizioni. Gli attacchi combinati del 1º e del 3 dicembre
costringono i piemontesi a lasciare i propri avamposti.
15 marzo 2011