Una città con tre province

Testa: grande Pescara con Silvi, Montesilvano e Francavilla

    di Simona De Leonardis PESCARA. Altro che Spoltore. Per il presidente della Provincia di Pescara, Guerino Testa, la grande città che propone Carlo Costantini, capogruppo Idv in Regione, c'è già e corre lungo la riviera che da Silvi arriva a Francavilla, passando per Montesilvano. Un'idea di fusione, secondo Testa, comunque fattibile, a patto che si superino i campanilismi. Anche in politica.

    Cominciamo subito: le piace l'idea di Costantini di unire Pescara, Spoltore e Montesilvano in un unico grande comune?
    «È sicuramente degna di grande riflessione, ma non può prescindere dalla valutazione di tutti coloro che svolgono un ruolo attivo nella società. Penso alle Asl, alle camere di commercio, ai sindacati e alle associazione di categoria. E soprattutto, se vogliamo affrontarlo seriamente, dobbiamo fare un ragionamento su tutte e quattro le province, perché parliamo sempre di una regione di un milione e 300mila abitanti. Se è un discorso che vogliamo perseguire a me va bene, ma va fatto in maniera omogenea. Io non escluderei i piccoli centri, che sono la forza di ogni territorio».

    A quali pensa?
    «Area vestina, val Pescara: nella provincia abbiamo tanti comuni sotto i cinquemila abitanti che sono una risorsa. Se non li consorziamo e li lasciamo così mentre facciamo un'unica area metropolitana, la distanza diventa incolmabile, con un impatto sociale negativo».

    Da quali comuni è composta la sua grande Pescara?
    «Da territori che abbiano una omogeneità morfologica e
    demografica. Perchè unire Pescara, Spoltore e Montesilvano, quando l'area metropolitana per eccellenza è Pescara, San Giovanni Teatino e Chieti? Oppure, rilancio l'idea: perchè non pensare a fare una grande città del mare che parte da Silvi e arriva a Francavilla, comprendendo Pescara e Montesilvano?».

    Dovendo scegliere?
    «A me piacerebbe una grande città del mare in grado di differenziarsi e dare maggiori servizi turistici. Vivo al confine tra Pescara e Francavilla e tra i due centri non c'è nessuna distinzione, così come tra Pescara e Montesilvano, perché c'è già una riviera a unire i territori».

    Di fatto, quattro comuni per tre province. Unite sotto quale bandiera?

    «Farebbero capo alla Provincia di Pescara. Che diventerebbe una provincia ancora più forte, che da un punto di vista economico acquisterebbe una forza maggiore per drenare e intercettare finanziamenti da impiegare in edilizia scolastica, viabilità, sociale e turismo».

    E quale sarebbe il ruolo di Pescara?
    «È indubbio che Pescara è il centro nevralgico della regione. Ma se si va a rifare la mappatura regionale con più unioni di comuni, ogni centro caratterizzerà la propria offerta. Pescara diventa la grande città dei servizi».

    D'Alfonso sottolineava che ogni città ha un suo carattere irripetibile. Qual è il carattere irripetibile di Pescara, secondo lei?

    «La sua localizzazione. Ritengo che sia una città nata con la camicia perchè in una posizione strategica che negli anni ha visto crescere anche le infrastrutture. Non dimentichiamo che abbiamo una autostrada che entra nel cuore della città e questo fa sì che Pescara può dare servizi e accoglienza».

    Ma concretamente, questa grande Pescara la reputa fattibile o no?
    «È un momento di instabilità politica, le regioni e i comuni hanno anche priorità diverse da risolvere e problematiche più urgenti rispetto a questo. Ma benvenga cominciare a parlarne. Non ci dobbiamo inventare nulla, dobbiamo solamente emulare e copiare chi ha fatto meglio e prima di noi».

    Dunque i 18 mesi che si è dato Costantini per far nascere la grande Pescara sono utopia o realtà?
    «Prima di tutto ricordiamoci dei campanilismi: bisognerebbe fare un grande lavoro per abbattere le barriere culturali che esistono. Va poi fatta una riflessione sull'impatto sociale che una unione dei comuni avrebbe. L'importante è che la questione non sia posta solo da un punto di vista contabile».

    E poi la questione del sindaco unico, come la vede?

    «Anche quello è un problema, è un cambiamento epocale da un punto di vista culturale che non va visto come una diminutio. Ma l'argomento deve essere disciplinato e digerito bene, coinvolgendo, ripeto, tutti i portatori di interesse della società. Di certo è importante che l'eventuale unione dei comuni abbia una classe dirigente equilibrata. Se unisci territori che non sono in qualche maniera accoppiabili, diventa difficile. Per questo credo che prima di iniziare a parlare di questi argomenti sarebbe importante che la classe politica abruzzese dimostrasse di essere pronta a cambiamenti del genere».

    Allora, in concreto, dice che l'idea le piace. Ma per realizzarla, quali sono i prossimi passi da fare?
    «Per non fare che, come avviene spesso in Italia, si fa a gara a chi la spara più grossa, dico che va aperto subito un dibattito tra istituzioni, forze politiche ed economiche. Io sono pronto, do anche la mia disponibilità ad aprire un confronto, ma è meglio se si fa in un luogo neutro come la camera di commercio o l'unione industriali. L'importante che intorno al tavolo vadano persone che prima di sedersi lascino dentro il cappotto appartenenza, tessera di partito, invidie e gelosie».

    Ma da pescarese, sarebbe pronto a rinunciare al nome di Pescara?
    «Io sono pescarese purosangue, però dico che se già ci cominciamo a porre il problema del nome allora lasciamo perdere».

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

    5 dicembre 2010
     

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