di Paola Aurisicchio
Una veduta dall’alto del litorale di Pescara e Montesilvano
PESCARA. Una nuova città nata dalla fusione di Pescara, Montesilvano e Spoltore. E' il progetto lanciato dal consigliere regionale dell'Idv Carlo Costantini: un unico cappello per tre Comuni, tagli alla politica e nuove risorse. Ma per Luciano D'Alfonso, ex sindaco di Pescara, la «grandezza» di una città non è più quella tradizionale, legata all'estensione, ma si misura su confini indefiniti in cui fioriscono le specializzazioni di cui parla in questa intervista al
Centro.
D'Alfonso, è favorevole alla fusione di Pescara, Spoltore e Montesilvano? «Trovo interessante il tema sollevato da Carlo Costantini, che si può ricondurre alla questione: "Quanta grandezza serve a Pescara?". La mia risposta è che Pescara ha bisogno di una grandezza non di tipo tradizionale, anche perché in Italia e in Europa ci sono città anche più piccole ma più grandi per capacità di attrazione. Allora, se gli elementi della grandezza sono quelli tradizionali come riportato nello studio - numero di abitanti, imprese, chilometri in più di strade - non sarà facile assistere a una nuova Pescara».
Perché? «Perché ci sarà la reazione scontata di chi vorrà difenderla. Io, invece, vorrei raccogliere la sfida ma esaltando la capacità della città di essere tante volte, e nella stessa giornata, un riferimento urbano: per gli abitanti, per chi ci dorme, per chi la raggiunge per lavoro, per chi viene qui a fidanzarsi. Pescara è la città di chi ci risiede anagraficamente, ma è anche la città che può contare su 100 mila pers
one che la raggiungono per i servizi».
Come correggerebbe la proposta di Costantini?
«Le città si distinguono in città dello spazio, delle reti e dei
flussi: Pescara è un sistema urbano carico di significati per tutta
la regione, Pescara è una città-regione».
Spieghi a un pescarese, cosa significa Pescara
città-regione.
«Una città cercata da tutti i cittadini della regione, dai
residenti, da chi arriva la mattina e va via la sera: da una
comunità di persone che sente sua questa città pur non dormendoci».
Cosa non la convince dell'unione dei tre Comuni?
«La proposta di Costantini ha lo stesso valore che ebbe 25 anni fa
la grande intuizione di Diego De Sisto che pensava a un
innalzamento di Pescara integrata con Chieti. Ma l'idea pone un
ripensamento».
Come dovrebbe essere ripensata?
«In un quadro ampio, scommettendo sulle politiche urbanistiche e
sui trasporti. Da cittadino, non m'interessa sapere dove dormo,
dove compio le mie azioni, ma m'interessa disporre della qualità
dei servizi di eccellenza, dell'università, dell'ospedale, di
incontrarmi con gli altri. La città di oggi non ha bisogno, come
accadeva un secolo fa, della grandezza tradizionale dello spazio
fisico: non c'è bisogno di avere cittadini all'interno. Questo
accadeva militarmente, quando si chiamavano i cittadini per
difendersi dagli attacchi. Bisogna rivoluzionare le categorie dello
spazio».
Come si compie la rivoluzione dello spazio?
«Attraverso politiche serie dei trasporti per consentire a chi ha
casa a Moscufo di venire a Pescara a fidanzarsi».
Se la proposta servisse, com'è negli intenti, a dimezzare i
tagli della politica, sarebbe d'accordo?
«Un Comune con le ali riesce a trovare il modo di risparmiare».
Lei dice che la grandezza di una città non si misura in
termini di estensione. Pescara, dove troverebbe la sua grandezza in
questo spazio senza confini?
«Nella specializzazione, nella pianificazione strategica che
riservi un ruolo alla città e un altro alle sue prossimità».
Quale sarebbe il ruolo di Pescara e quale delle sue
prossimità?
«Pescara ha una naturale posizione strategica, ma sconta ancora la
difficoltà del funzionamento delle infrastrutture: porto e
aeroporto. Queste strutture sono state create per una compiuta
capacità di funzionamento ma, adesso, vanno collocate nella rete
dei rapporti internazionali. Ma penso soprattutto alla rete
ferroviaria: è il ferro a dover dare la direzione alla città. A
Spoltore e Montesilvano, toccherebbe invece la dislocazione di
strutture che siano capaci di allegerire Pescara dalla morsa del
traffico e dei servizi quotidiani».
Come collegare questo spazio che immagina?
«Non con l'elevazione istituzionale, con un unico Comune, ma con la
qualità dei trasporti. Non edificando troni, ma stabilendo
convergenze di funzioni, puntando sulla ferrovia».
La proposta di Costantini non è stata accolta
favorevolmente dai politici, mentre gli imprenditori sono stati
entusiasti. Perché questa differenza di mentalità?
«L'impresa abruzzese sta spingendo molto. La politica, invece,
ritiene che quando vengono meno i livelli istituzionali viene meno
un pezzo di rappresentanza. Qual è la conclusione di questo
dibattito? Per me, non è arrivare alla creazione di un super
municipio, non è il raggiungimento di una superficie più grande».
Cosa la spinge a pensare la proposta di
Costantini?
«Ad andare oltre la proposta: Ancona è più piccola, ma ha un ruolo
più grande grazie al porto, Perugia svetta per l'università.
Pescara deve aprire una seconda fase, quella congeniale al suo
carattere di città relazionale, sviluppare i servizi
trasportistici. La ferrovia deve diventare più facile da
utilizzare: da Giulianova a Pescara, da Ortona a Pescara, da
Pescara fino a Scafa. Una grande T da percorrere con facilità,
creare un grande rettangolo tra Pescara e Chieti».
Queste idee sono mature per i tempi?
«Si stanno affrontando da tanti anni. Ma adesso c'è un fatto nuovo,
c'è il grande protagonismo della Regione che può contare in poteri
maggiori e nei rapporti con Roma: un protagonismo che va usato».
30 novembre 2010
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