di Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto
E' già un caso editoriale il libro - conversazione di Papa Benedetto XVI con il giornalista tedesco Peter Seewald, intitolato Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi (Libreria Editrice Vaticana 2010, 284pp.). Al testo e alla sua presentazione si sono interessati i principali “media” di tutto il mondo. Riflettori di grande significato, come quello delle Nazioni Unite, sono stati puntati su di esso.
L’attenzione si è però limitata per lo più a poche frasi, enfatizzate spesso al di là del loro significato: così, ad esempio, riguardo all’“apertura” sull’uso del preservativo in alcuni casi problematici, che altro non è che un’applicazione del principio morale del male minore, e dunque tutt’altro che un- ’approvazione di qualsivoglia tipo di banalizzazione della sessualità umana, il cui esercizio la morale cattolica considera sempre come espressione importante dell’orientamento del cuore umano a Dio e alla verità dell’amore. Ciò che vorrei offrire qui è una chiave di lettura diversa del testo, un approccio che vada al di là del rumore mediatico.
Cercherò di rispondere a due domande. La prima è: che cosa Joseph Ratzinger - Benedetto XVI pensa della situazione attuale della Chiesa e del mondo? un pessimista, irriducibilmente concentrato sul negativo, come spesso lo presentano i “media”, dipingendolo come una sorta di giudice sempre a caccia di errori, incapace di cogliere la bellezza della vita e del mondo nella varietà dei suoi aspetti? Chi conosce anche soltanto qualcosa di quanto egli ha detto o scritto, sa come questo giudizio sia infondato
: ciò che colpisce nel libro è tuttavia come esso sia smentito con
disarmante semplicità dalle stesse parole del Papa.
Il giudizio sul mondo contemporaneo e sulla modernità occidentale
non è quello che molti si aspetterebbero: “La modernità non
consiste solo di negatività - afferma Benedetto XVI -. Se così
fosse non potrebbe durare a lungo. Essa ha in sé grandi valori
morali Là dove essi sono difesi - e devono essere difesi dal Papa -
c’è adesione in aree molto vaste” (40).
L’atteggiamento che ne consegue è quello della simpatia e della
stima verso la complessità culturale odierna: “A me sembra
importante non vedere soltanto il negativo. Dobbiamo percepirlo con
estrema acutezza, ma dobbiamo anche vedere tutte le possibilità di
bene che ci sono: le speranze, le nuove possibilità” (96). “E’
importante che cerchiamo di vivere e di pensare il cristianesimo in
modo tale che assuma la modernità buona e giusta” (87). L’urgenza
di portare a tutti la buona novella è inseparabile per il Papa da
questa attenzione serena e fiduciosa, pur se mai scevra del
necessario discernimento: “La questione è: in che cosa il
secolarismo ha ragione? In che cosa la fede deve far proprie le
forme e le immagini della modernità, e in che cosa deve invece
opporre resistenza?”(88). Si gioca in questo dialogo positivo con
la cultura del “villaggio globale” la stessa missione di cui il
Papa sa di essere incaricato: “Affrontare con rinnovate forze la
sfida dell’annuncio del Vangelo al mondo, impiegare tutte le nostre
forze perché vi giunga, fa parte dei compiti programmatici che mi
sono stati affidati” (185). Lo stesso giudizio sui “media” - anche
su quelli che spesso dipingono la Chiesa o la sua figura a tinte
oscure - è quanto mai aperto e libero da pregiudizi di sorta: ad
essi - afferma Benedetto XVI - “sin tanto che si tratta di portare
alla luce la verità, dobbiamo essere riconoscenti” (49 e 61). Lo
spettro da molti evocato di complotti anti-ecclesiali è così
affrontato: “Solo perché il male era dentro la Chiesa, gli altri
hanno potuto rivolgerlo contro di lei” (49).
La seconda domanda che desidero porre è da dove emergano questa
serenità fiduciosa, quest’ottimismo non ingenuo, articolato,
onesto: la risposta che scaturisce dal libro in maniera lampante è
che essi sono frutto di uno sguardo di fede profondo, esercitato a
lungo, senza ritrarsi davanti a nessuna sfida: “Tutta la mia vita è
stata attraversata da un filo conduttore, questo: il cristianesimo
dà gioia, allarga gli orizzonti” (27). In particolare, si coglie
qui la coscienza che Papa Benedetto ha avuto sin dall’inizio della
missione affidatagli: “Fin dal momento in cui la scelta è caduta su
di me, sono stato capace soltanto di dire solo questo: Signore,
cosa mi stai facendo? Ora la responsabilità è tua. Tu mi devi
condurre. Io non ne sono capace. Se tu mi hai voluto, ora devi
anche aiutarmi” (18). Impressiona questo Papa che si autodefinisce
- più di tutti - “povero mendicante davanti a Dio” (p. 35).
“Essere Papa - aggiunge - non significa porsi come un sovrano
colmo di gloria, quanto piuttosto rendere testimonianza a Colui che
è stato crocifisso e disposto ad esercitare il proprio ministero
anche in questa forma in unione con lui” (26). La “causa” di Papa
Benedetto appare qui in tutta la sua forza essenziale: “E’ urgente
che la questione di Dio torni ad essere centrale. E non si tratta
di un Dio che in qualche modo esiste, ma di un Dio che ci conosce,
che ci parla e che ci riguarda, e che poi è anche nostro giudice”
(78). La posta in gioco è l’uomo stesso, la sua dignità, il suo
futuro: “La cosa importante, oggi, è che si veda di nuovo che Dio c’
è, ci riguarda e ci risponde. E che, al contrario, quando viene a
mancare, tutto può essere razionale quanto si vuole, ma l’uomo
perde la sua dignità e la sua specifica umanità e così crolla l’e
ssenziale” (100). “Rimettere Dio al primo posto” (96) è il compito
che il Papa si prefigge per il suo pontificato e il dono d’amore
che si sente chiamato a fare al mondo. “Comprendere la drammaticità
del nostro tempo, rimanere saldi nella Parola di Dio come la parola
decisiva e al tempo stesso dare al cristianesimo quella semplicità
e quella profondità senza le quali non può operare” (101). Si potrà
essere più o meno d’accordo con questa scelta di fondo: sono
convinto, però, che chiunque abbia a cuore le sorti dell’avventura
umana, sul piano personale come su quello collettivo, non possa non
riconoscere che questa sfida ci riguarda tutti, al livello più
alto, e che questo Papa ha il coraggio di raccoglierla fino in
fondo, al punto che la sua testimonianza dà a pensare e schiude
prospettive di luce e di speranza per tutti.
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* Arcivescovo di Chieti-Vasto
28 novembre 2010