«Malaffare, l'Abruzzo ha già gli anticorpi»

Il riconoscimento al senatore Pisanu, presidente della Commissione antimafia

    di Melissa Di Sano ROSETO. Premio "Borsellino" a Giuseppe Pisanu, presidente della Commissione parlamentare antimafia. Glielo ha consegnato ieri il direttore del Centro, Roberto Marino, nella sala della Villa comunale di Roseto. «E' un grande onore per me ricevere questo premio», ha detto.

    «Questa manifestazione è la risposta migliore da dare per combattere il rischio di infiltrazioni mafiose in Abruzzo, perché la questione morale è tutto». ha ribadito ringraziando l'organizzatore Leo Nodari, coloro che collaborano alla realizzazione di questi dieci giorni per la legalità, e i tre sindaci che promuovono l'evento, Franco Di Bonaventura, del Comune di Roseto, Luciano Monticelli, di Pineto, e Francesco Mastromauro, di Giulianova. Poi, incalzato dalle domande del direttore ha risposto ad un pubblico attento, composto da molti giovani, a cui Marino ha ricordato la figura di Rosario Livatino: «Voglio pronunciare il suo nome in questa sala, il nome di un giovane lasciato solo dallo Stato, un magistrato trucidato a 38 anni, un eroe vero».

    Qual è oggi l'immagine della mafia che ha conquistato l'Europa e i Paesi d'oltreoceano?
    «Non si tratta più di pastori con la lupara, ma di veri e propri sistemi criminali che hanno messo a tacere le armi concentrando la loro attenzione sugli affari: droga, usura, pizzo, traffico di armi e di esseri umani. Le mafie italiane fatturano ogni anno circa 120 miliardi di euro, investe
    ndo nella finanza pura. Fondi nei paradisi fiscali da usare come garanzia e poi titoli bancari che passano di mano in mano fino ad essere usati ad esempio nella realizzazione di un centro commerciale, che rimane aperto anche se non va bene. I soldi entrano veramente, ma sono i proventi della droga che vengono riciclati. Un fiume di denaro sporco che penetra in tutti gli angoli del Paese corrompendo chi lo tocca, e a manipolarlo è la borghesia mafiosa, che ha permeato molte attività economiche, non solo in Italia».

    E l'Abruzzo?
    «Il sistema mafioso arriva ovunque e minaccia anche voi, ma qui la società civile ha già messo in moto gli anticorpi, e questo mi fa pensare positivo. Scegliete bene le classi dirigenti, chi mandate a governare. La legalità è una condizione imprenscindibile dello sviluppo».

    Il rapporto tra politica e malavita organizzata?
    «La Commissione che presiedo ha adottato un codice antimafia che abbiamo offerto ai partiti politici perché lo applicassero nella scelta dei candidati. Tutti lo hanno approvato. Abbiamo chiesto ai prefetti di darci tutte le indicazioni utili sui candidati delle ultime amministrative. Il succo è che le mafie cercano di entrare nelle amministrazioni perché puntano agli appalti e alla spesa sanitaria. Non ci sono politici che comandano la mafia, è sempre il contrario».

    L'Italia è sola in questa battaglia?
    «La commissione antimafia ha 48 anni, noi abbiamo dovuto fronteggiare la mafia per primi e siamo più avanti di altri. Gli Stati Uniti hanno capito in tempo il fenomeno, altri governi hanno iniziato da un po' a lavorare con noi, ma questo non basta a livello europeo».

    Dobbiamo abituarci a convivere con la mafia?
    «No, dobbiamo combatterla sempre. Da Falcone e Borsellino in poi Cosa nostra in Sicilia è stata ridimensionata, e l'opposizione sociale è cresciuta, ma la partita non si regolerà nel giro di qualche anno. Con la 'ndrangheta le cose sono diverse, ha una struttura familistica, impenetrabile e organizzata attraverso la diaspora dei calabresi in giro per il mondo. Dobbiamo riuscire a far prendere alla 'ndrangheta una botta paragonabile a quella che il maxi processo diede alla mafia. E grazie a magistrati come Pignatone e la Bocassini ce la possiamo fare».

    Come stiamo affrontando la crisi economica?
    «Da noi c'è la stessa crisi che c'è altrove, con l'unica differenza che in Italia non si fa niente per aiutare il ceto medio. Si parla di lodi, di elezioni anticipate, di case a Montecarlo, mentre la scuola e l'università sono su un precipizio, mentre L'Aquila e il suo territorio languono. Abbiamo le risorse morali e intellettuali per risalire la china. Confindustria e sindacati già lo stanno facendo. Perché non lo fanno le forze politiche? Dobbiamo riscoprire l'importanza del bene comune, mettere insieme le energie migliori e incamminare il Paese in un'epoca nuova di prosperità».

    Come vede il federalismo?
    «Ho delle riserve. Prendiamo ad esempio le sovvenzioni per il settore dell'eolico. L'Europa dà i soldi allo Stato, che li passa alle Regioni e poi ai Comuni. Di per sé sarebbe una cosa buona, ma più il potere si avvicina al cittadino più entra a contatto con le mafie. E poi il federalismo va modulato in base alle condizioni del territorio».

    Oggi avere 20 anni è più difficile di un tempo?
    «Quando io ero giovane era più facile. Dopo la laurea si trovava un posto di lavoro, e avevamo la fortuna di essere governati da politici come De Gasperi e Berlinguer. Ora dobbiamo restituire alle nuove generazioni almeno il diritto di votare chi vogliono. Ci vuole una legge elettorale diversa, questa è stata definita una porcata dal suo stesso autore. Ma se i cittadini non decidono di rivoltarsi, noi in Parlamento questa legge elettorale non la cambiamo».

    Che ruolo ha la politica in questa situazione?
    «Noi politici siamo i maggiori responsabili della decadenza culturale che c'è in Italia. E questo purtroppo è un Paese che tarda a riconoscere gli eroi veri ed esalta troppo quelli fasulli».

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

    28 ottobre 2010
     

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