«Trovato l'interruttore che spegne le cellule tumorali del colon retto»

    di Fabio Casmirro  PESCARA. Far morire le cellule tumorali affamandole, dopo averne individuato e disinnescato l'«interruttore» biologico. La nuova frontiera della ricerca contro il cancro del colon retto ha una postazione di rilievo in Abruzzo, al Mario Negri Sud di Santa Maria Imbaro. Qui è insediata da circa tre anni l'équipe di Cristiano Simone, giovane scienziato rientrato dagli Stati Uniti grazie ai finanziamenti assicurati dall'Airc.  Com'è cominciato il suo progetto di ricerca in Abruzzo?  «Sono al Mario Negri Sud dalla fine del 2007. L'istituto mi ha messo a disposizione un laboratorio e offerto la possibilità di formare un gruppo di 6 ricercatori che vede coinvolti anche tre giovani abruzzesi: due ragazze di Teramo e un aquilano. Io sono il capo laboratorio.  Come nasce la vostra ricerca?  «L'idea iniziale era quella di verificare se si potesse trovare, all'interno della cellula tumorale, un interruttore capace di spegnerne definitivamente la vita, perché queste cellule spesso continuano a proliferare anche quando vengono combattute con le terapie tradizionali».  L'avete trovato.  «Sì, l'abbiamo trovato. Il risultato spiega perché il nostro studio è inserito nella campagna di sostegno all'Airc. Abbiamo scoperto l'interruttore che comanda il modo in cui le cellule tumorali assumono nutriente».  Cosa s'intende per nutriente?  «Tutto ciò che le cellule mangiano dal nostro corpo. La differenza tra
    una cellula tumorale e una normale è che quella tumorale consuma tanto zucchero. Spegnendo questo interruttore, s'impedisce alle cellule di assorbire l'eccesso di nutriente che le fa continuare a vivere».  Per questo dice che le avete affamate?  «Esatto. Le abbiamo affamate. In pratica, le cellule vanno incontro a una morte che in termine tecnico definiamo autofagia. Volgarmente, si potrebbe parlare di una forma di autocannibalismo. Non potendo più utilizzare i nutrienti, le cellule cominciano ad autodigerirsi».  Quali sono le implicazioni di questo risultato?  «Bloccato l'apporto dei nutrienti, le cellule muoiono. Questo è molto importante, perché l'aver individuato l'interruttore, che è una proteina (si chiama P38 alfa), siamo riusciti a indurre una morte cellulare diversa da quella normalmente provocata dai trattamenti chemioterapici».  E' una tecnica che funziona?  «L'abbiamo sperimentata su cellule umane in vitro e su topi affetti da tumore del colon. Abbiamo poi individuato una terapia mirata sulla proteina P38 alfa, che in futuro potrà essere usata, insieme ai trattamenti convenzionali, sui pazienti oncologici, oppure, in una seconda fase, nei casi in cui le terapie normali falliscono».  Come si combatte la proteina P38 alfa?  «Con una molecola che ci auguriamo possa diventare presto un farmaco biologico. Perché una molecola diventi un farmaco c'è bisogno della sperimentazione fatta sull'uomo».  Si può dire che la vostra ricerca è finita, o c'è altro da fare?  «Il progetto triennale è concluso. Chiediamo di continuare la ricerca perché questa tecnica ha dato prova di poter funzionare su altri tumori come quelli dell'ovaio e della prostata. Un'altra cosa che ci piacerebbe verificare è se potrà avere efficacia sulle mestatasi. Noi abbiamo idea che sì, può funzionare. Magari utilizzando un cocktail mirato di farmaci».   Potrebbe diventare questa una strada alternativa ai trattamenti chemioterapici?  «Non direi alternativa. Può essere utile a integrare la terapia convenzionale alleviando le conseguenze invalidanti della chemio».  Quali sono i tempi per arrivare a un farmaco?  «Difficile fare previsioni. In genere, le fasi di sperimentazione clinica durano diversi anni. Poi però, una volta validata l'efficacia di un composto, c'è sempre bisogno di una industria farmaceutica che decida di produrlo. Ma lì si entra nel business, che è lavoro diverso da quello del ricercatore».  Torniamo così alle opportunità offerte dall'Airc.  «Già. La nostra esperienza è importante anche per questo. L'Airc è l'unica possibilità di sostentamento per i giovani ricercatori, l'unico ostacolo alla fuga dei cervelli dal nostro Paese».

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    8 agosto 2010
     

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