di Luigi Vicinanza
Sta per tramontare un'era. Non è mai davvero sorta. E' accaduto tutto così in fretta, troppo. Neppure due anni. Una nuova traumatica crisi del sistema della politica in Abruzzo: le dimissioni da assessore regionale di Daniela Stati - con il papà in carcere e il compagno della vita agli arresti domiciliari - vanno oltre la vicenda personale dei protagonisti di quella che è stata ribattezzata la cricca abruzzese. Alla dura prova dei fatti il centrodestra - che in questa regione occupa quasi tutti i posti di comando disponibili - si sta rivelando quel che si temeva: possente macchina elettorale capace di vincere, incapace di amministrare.
Su questa, come sulle tante altre inchieste della magistratura in corso, una premessa doverosa: né sentenze preconfezionate né assoluzioni partigiane. Il Centro racconta i fatti di cui viene a conoscenza e divulga i documenti necessari alla loro comprensione. Nessuno è colpevole fino al giudizio della Cassazione, ma nessuno può pretendere privilegi o un'informazione imbavagliata.
Di questa indagine racconteremo dunque passo dopo passo gli sviluppi e vedremo come andrà a finire. Gli effetti politici però già si fanno sentire. Dirompenti. Un potere parallelo si sarebbe insediato nel Palazzo della Regione, in un assessorato strategico dopo il terremoto. Il padre comanda, la figlia esegue. La voce di popolo - ammessa con un sorriso malizioso persino dai maggiorenti del Pdl - si è rivelata veritiera persino oltre la maldicenza interessata. Decisioni importanti maturate nel tinello di casa. Leve di potere affidate a chi non ne ha
titolo e quindi non ne risponde pubblicamente. Naturale che ora
Daniela Stati difenda con orgoglio l'immagine di suo padre; da una
figlia premurosa e amorevole non ci si aspetta comportamento
diverso. Ma da una consigliera regionale, poi diventata assessore,
la più votata in Abruzzo, si pretende altro stile, più rigore,
maggiore consapevolezza del ruolo. Persino le dimissioni, subito
accettate, appaiono inadeguate: se non fossero arrivate
spontaneamente sarebbe stato il giudice ad imporle con
l'interdizione dai pubblici uffici.
Che delusione. Si era manifestata con le sembianze di una classe
dirigente anagraficamente giovane, culturalmente post-ideologica,
pragmatica, moderatamente riformatrice, per nulla ossessionata
dagli eccessi verbali e modaioli del berlusconismo imperante. Dall’E
miciclo aquilano alle Province, da Montesilvano a Pescara il
centrodestra ha vinto al tavolo della politica tutto quello che c’e
ra da rastrellare dopo gli sconquassi giudiziari che, con Ottaviano
Del Turco e Luciano D’Alfonso, hanno relegato in isolamento l’i
ntero centrosinistra. Chiodi, Venturoni, Albore Mascia, Cordoma,
Sospiri, Piccone avevano, tra i principali compiti, la missione di
ricostruire un’etica pubblica, regole certe, una tensione morale
tanto percepibile quanto lo era stato lo sconcerto provocato dallo
choc giudiziario che ne ha favorito l’ascesa al potere. Tralascio
ogni giudizio sulla prassi amministrativa quotidiana; ogni
cittadino ha occhi per vedere e giudicare. Constato invece l’i
ncapacità di ridare dignità e autorevolezza alle istituzioni,
fiducia agli abruzzesi, speranza nel futuro ai giovani.
Non era facile. Ma in meno di due anni il Pdl si sta giocando con
una rapidità sorprendente ogni vantaggio acquisito per demerito
altrui. La vicenda della cricca di famiglia è l’episodio più
evidente di un’emergenza morale mai affrontata fino in fondo, con
decisione e coraggio.
Per una di quelle coincidenze simboliche le dimissioni dell’a
ssessore Stati sono arrivate nella stessa settimana in cui alla
Camera il governo, con il voto sul sottosegretario Caliendo, ha
visto sfumare la sua granitica maggioranza. Un caso, ovviamente. Ma
è un segno: la democrazia sregolata non si tiene più. Né all’Aquila
come a Pescara, né a Roma come a Milano.
© RIPRODUZIONE
RISERVATA
8 agosto 2010