di Paola Aurisicchio
PESCARA. «Nel 1986 ho fatto un ritratto a
Ines la rossa. L'appuntamento era fissato alle 9.30 e puntualmente si presentava ogni mattina alle 7.30. A quell'ora in famiglia dormivano tutti, ma lei entrava lo stesso e si metteva ad armeggiare in casa, preparava il caffè e ci portava pure le paste, ma erano guaste. E sì, perché si sa che Ines era mezza matta e quando andava comprare le paste le davano quelle vecchie, così che noi dovevamo fare finta di masticare e sputarle appena si voltava. Ma Ines aveva uno sguardo unico ed è per questo che le ho voluto fare un ritratto». Nella carrellata di quadri del pittore
Nicodemo Napoleone, rivive la pescaresità delle marine, delle personalità che hanno fatto la storia della città, dagli imprenditori ai politici, fino alle macchiette, ai personaggi bizzarri della città come Ines la rossa. Famiglia di pittori, quella dei Napoleone: il papà di Nicodemo,
Vincenzo - «era un casinista, aveva lo studio tutto in disordine, con una mano fumava e con l'altra reggeva il pennello» - e gli zii
Felix e
Angelo De Cesaris. «"Cosa volevo fare da bambino?" E che potevo fare? E' stato mio padre a decidere per me: il pittore», scherza Nicodemo girovagando nel suo atelier in mezzo ai ritratti dedicati alla famiglia, alla moglie
Anna e ai nipotini, al suo filosofo preferito
Arthur Schopenhauer a
Madre Teresa di Calcutta e a se stesso. Su un foglietto si è appuntato una fras
e di
Yeats che suona da monito per la sua arte: «L'essenza
del genio, di qualunque genere, è la precisione». Nicodemo
Napoleone, nato 63 anni fa a Pescara, diplomato al liceo artistico,
laureato in Architettura, galleria in corso Umberto, è uno dei
pochi ritrattisti rimasti in Italia. «Facevo ritratti ai miei
compagni di banco», racconta il pittore, «e il maestro me li
requisiva perché diceva che mi distraevo. In disegno ero
bravissimo, ma in matematica avevo quattro, figuriamoci poi in
latino, ma tutto sommato me la cavavo». Scuola e a bottega dal
papà: sono questi gli anni più vivi nella memoria di Napoleone,
pittore con il farfallino, di cui ne ha un cassetto pieno e,
d'inverno, a passeggio con il basco. «Ho iniziato a disegnare che
avevo 8 anni: mio padre dava 3 mila lire ai suoi amici che poi
compravano i miei disegni. E mi diceva: "Vedi, se ti fossi
impegnato di più, avresti potuto guadagnare anche 5 mila lire.
Disegna meglio queste nuvole, sforzati!" Ma io ero piccolo,
disegnavo con la china e facevo le nuvole a pecorelle, ma poi ho
imparato». Dopo la scuola, Napoleone parte per il militare a
Padova - «riempii la caserma di quadri e mi diedero anche una
medaglia» - torna a Pescara ed eredita, alla fine degli anni
Sessanta, l'attività paterna, la galleria che da via Firenze si
stava trasferendo in corso Umberto. Ed è in questi anni che
Napoleone inizia la sua liaison con l'arte del ritratto, a penare
un po' con bambini e anziani che non riuscivano a star fermi e a
sgranare gli occhi alle richieste dei committenti. «Il ritratto è
un segno di potere, è un atto di vanità: lo chiede chi vuole
celebrare se stesso, chi vuole avere qualcosa di unico; è un po'
come possedere una bella macchina. Nella mia carriera mi è capitato
di ascoltare richieste assurde, come quella volta che un
venezuelano mi portò in una paese abruzzese sperduto dove aveva una
cascina e dove non c'era nulla. Mi disse di arrampicarmi su un
dirupo e di fargli un ritratto con lo sfondo della Bella
Addormentata, con un campo di papaveri e un pollaio. Insomma,
voleva che ricreassi il posto dove viveva quando era bambino».
Rembrandt,
Velasquez: sono questi i pittori
preferiti di Napoleone che, come racconta, ha visitato tutti i
musei d'Europa diventando quasi di casa al Louvre, dove una volta è
stato richiamato. «Ero in gita con alcuni amici e stavo spiegando
loro un quadro. A un certo punto, mi si avvicina una guida e mi
dice che non potevo illustrare le opere. "Ma come?", risposi io e
ripresi a farlo a bassa voce. Ma nel parlare così, gesticolando e
preso dall'opera non vidi un gradino e inciampai. Che figura:
Napoleone che cade al Louvre». Per tanti anni, il pittore, è andato
a caccia di persone da ritrarre. Due volte a settimana, montava sul
motorino e girava per la città fin quando la lampadina non si
accendeva. «Ho la fortuna di guadagnare con il lavoro d'artista e
di poter dipingere quello che mi piace di più, ma di solito quello
che mi colpisce, quello che mi affascina è il colore». Innamorato
dell'Ottocento, del realismo - «ma il segreto non è dipingere la
realtà, un quadro non deve ricalcarla fedelmente, ma deve
abbellirla, così come il ritratto deve far parlare l'anima del
personaggio» - Napoleone ama dipingere anche nature morte e
paesaggi. Ma lo spirito di questo pittore è racchiuso nel
farfallino che indossa da quand'era ragazzo e nel basco nero da cui
non si separa mai: «Perché sono stato influenzato dai bohémienne
francesi dell'Ottocento e mi piace camminare per Pescara con il mio
basco, incrociare persone che si sgomitano, mi riconoscono dal
basco, e dicono bisbigliando: Guarda, c'è Napoleone».
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11 luglio 2010
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