di Giorgio Napolitano
Non è per caso, e non è solo per ragioni di cronologia storica che l’itinerario delle visite ai «Luoghi della memoria» per il centocinquantenario dell’Unità d’Italia parte dalla spiaggia e dallo scoglio di Quarto a Genova.
In effetti, fu qui che il 5 maggio del 1860 prese avvio, con la spedizione dei Mille, la fase conclusiva del lungo percorso del movimento per l’Unità, che sarebbe culminata nella proclamazione, il 17 marzo 1861, di Vittorio Emanuele II re d’Italia, nella nascita cioè dello Stato unitario.
Si aggiunga che se si ripercorrono gli eventi sfociati nella decisiva scelta dell’impresa garibaldina per la liberazione della Sicilia e del Mezzogiorno, è possibile cogliere le componenti e gli intrecci essenziali del moto unitario, i suoi tratti originali e i motivi del suo successo. L’Unità d’Italia fu perseguita e conseguita attraverso la confluenza di diverse visioni, strategie e tattiche, la combinazione di trame diplomatiche, iniziative politiche e azioni militari, l’intreccio di componenti moderate e componenti democratico-rivoluzionarie. Fu davvero una combinazione prodigiosa, che risultò vincente perché più forte delle tensioni anche aspre che l’attraversarono.
Le tensioni non mancarono anche alla vigilia della decisione di salpare da Quarto per la Sicilia: non mancarono in Garibaldi i dubbi sulle possibilità di riuscita dell’impresa; non mancarono le preoccupazioni e le riserve di Cavour per una spedizione guidata da Garibaldi, i cui svolgimenti e le cui ricadute potessero sfuggire al controllo politico e diplomatico del massimo stratega d
el processo unitario. Pesarono, e non poco, diffidenze e rivalità
personali nel cui giuoco era ben presente anche Vittorio
Emanuele.
Al fondo, era in questione, o così sembrava, l’egemonia, l’impronta
moderata o democratica del movimento per l’Unità e della
costruzione del nuovo Stato che ne sarebbe scaturito.
Ma su tutto prevalsero le ragioni dettate dallo sviluppo degli
avvenimenti, gli imperativi del processo storico, con cui tutti i
protagonisti della causa italiana dovettero fare i conti.
La Seconda Guerra d’Indipendenza si era conclusa con una vittoria,
costata un pesante tributo di sangue anche alle forze del Regno
sardo; la scelta dell’alleanza con Napoleone III si era rivelata
obbligata e feconda, anche se comportò il duro sacrificio della
cessione alla Francia di Nizza e della Savoia; attaccato per questo
sacrificio, Cavour poté comprensibilmente vantare per la sua
politica «l’averci condotto», disse, «in così breve tempo a Milano,
a Firenze e a Bologna».
In effetti, con l’annessione della Lombardia, dell’Emilia e della
Toscana, il regno sabaudo superò gli 11 milioni di abitanti,
divenendo un non più trascurabile Regno
centro-settentrionale.
Ma questo, come ha scritto un grande storico, Rosario Romeo,
restava «troppo lontano dall’ideale, non solo mazziniano, di un’I
talia unita, che fosse opera soprattutto degli italiani stessi». Si
erano peraltro esauriti, con i risultati ottenuti, i margini dell’i
niziativa politica e diplomatica e delle alleanze di guerra fino
allora sperimentate.
Lo disse chiaramente nel luglio 1859 l’accordo di Villafranca tra
Napoleone III e l’Imperatore Francesco Giuseppe, che prospettava
per l’Italia la soluzione mortificante di una Confederazione di
tutti gli Stati esistenti sotto la presidenza onoraria del
Pontefice.
A Cavour non restò che rassegnare le dimissioni.
Spettava ormai «alle forze democratiche e rivoluzionarie», è
sempre il giudizio del nostro maggiore storico di quegli eventi,
«imprimere una nuova spinta in avanti al processo unitario». Era
venuto il momento di Garibaldi.
D’altronde, già in vista della II Guerra d’Indipendenza, Garibaldi
era stato richiesto da Cavour di reclutare volontari che sarebbero
stati chiamati a far parte del corpo dei Cacciatori delle Alpi e
avrebbero dato un contributo decisivo alla vittoria contro gli
austriaci in Lombardia. Al di là di ogni sospetto e circospezione
nei confronti di Garibaldi, Cavour non dubitava così si espresse
che egli fosse una «delle maggiori forze di cui l’Italia potesse
valersi».
Se non si voleva rinunciare al compimento, in Sicilia e nel
Mezzogiorno, dell’unificazione nazionale, e non si voleva dare per
chiusa la questione romana e nessuno dei diversi protagonisti
poteva volerlo anche le incognite di una spedizione in Sicilia
guidata da Garibaldi andavano accettate, sia pure con
prudenza.
D’altra parte, le aspettative per ulteriori sviluppi del movimento
per l’Unità d’Italia erano cresciute e crescevano in tutte le
regioni non ancora liberate. E una spinta decisiva venne mentre a
Genova affluivano i volontari dai moti rivoluzionari scoppiati a
Palermo e nel palermitano nell’aprile 1860.
Il moto unitario cresceva dal basso, scaturiva dal seno della
società civile e non solo dai disegni di ristretti vertici
politici. Ne dava la misura il fenomeno del volontariato, stimolato
e coordinato dalla Società nazionale creata nel 1857, e incanalato
dapprima verso il Piemonte in vista della guerra contro l’A
ustria.
Senza l’apporto del volontariato non sarebbe stata concepibile la
spedizione dei Mille. Esso rifletteva il diffondersi di quel
sentimento di italianità che poi affratellò gli imbarcati sulle due
navi dirette in Sicilia: Piemonte e Lombardo. Erano in realtà anche
più di mille, in grande maggioranza lombardi, veneti, liguri: nelle
sue famose e sempre fascinose «Noterelle», Abba dice di udire a
bordo «tutti i dialetti dell’Alta Italia», e parla di «Veneti,
giovani belli e di maniere signorili», di Genovesi e Lombardi,
«gente colta all’aspetto, ai modi e anche ai discorsi».
6 maggio 2010