"Dezio, incarico di dirigente senza bando"

    di Maria Rosa Tomasello PESCARA. Quattordici minuti, registrati dal protocollo elettronico l’8 settembre 2006, passarono tra la richiesta di Guido Dezio (ore 11.29) e la risposta della Regione (11.43), firmata da Giuseppe D’Urbano, che attestava il ruolo dell’ex braccio destro di Luciano D’Alfonso in consiglio regionale e parlava di funzioni «pienamente equiparabili a prestazioni aventi natura dirigenziale».

    La singolarità dei tempi, raccontata in aula attraverso la testimonianza di Pasquale Marchetti, il maresciallo dei carabinieri che svolse le indagini per la procura, è uno degli elementi nuovi emersi nel corso del processo all’ex sindaco di Pescara (ieri di nuovo assente per la seconda udienza), indagato per abuso patrimoniale nell’inchiesta sul concorso del gennaio 2007 che valse a Dezio il posto da dirigente nel comune di Pescara. Ma il passaggio centrale dell’interrogatorio dell’investigatore è una risposta al presidente del collegio Carmelo De Santis (giudici a latere Maria Cristina Salvia e Massimo De Cesare) su cosa fosse stato accertato a carico di D’Alfonso: «Ci rendemmo conto che Dezio, anni prima del concorso, era passato da funzionario a dirigente nel novembre 2004 con un atto del sindaco, mentre sulla base del regolamento in vigore si doveva esperire almeno un avviso: una procedura di evidenza pubblica invece non è emersa».

    I cardini delle accuse sostenute dal pm Paolo Pompa si sono delineati attraverso le dichiarazioni rese durante l’udienza d
    i ieri in cui, sul banco dei testimoni, è salito il presidente del consiglio regionale Nazario Pagano, uno dei quattro testimoni della procura. La firma dell’esponente del Pdl compare infatti tra i nomi dei consiglieri comunali che siglarono l’ esposto pervenuto il 25 maggio 2007 alla procura che innescò l’i ndagine. «Non ho redatto io l’esposto: mi fu chiesto da uno dei firmatari - tutti consiglieri di opposizione - di sottoscriverlo e io lo feci, ritenendolo fondato. Si riteneva che nel concorso fossero state commesse irregolarità e che Dezio non avesse i titoli per potere anche solo partecipare» ha detto Pagano rispondendo alle domande del pm.

    Dezio (condannato a febbraio a 4 mesi) avrebbe lavorato «con un contratto presumo subordinato nel gruppo consiliare del Partito popolare, con un contratto o a tempo determinato o a progetto» ha spiegato. Che non fosse mai stato assunto venne confermato dalla risposta arrivata l’8 febbraio 2007 dall’allora dirigente del Personale Silvana De Paolis (citata come teste ma assente per mancata notifica) in cui si affermava che Dezio non aveva «mai prestato servizio come dipendente del consiglio regionale». Anche se la retribuzione, ha chiarito Pagano rispondendo a una domanda dell’avvocato Giuliano Milia, legale di D’Alfonso, «era a carico del gruppo, con fondi destinati dalla Regione al consiglio» e divisi in base al numero dei consiglieri. Dunque, a pagare, era l’amministrazione regionale.

    Attorno alle carte ruota un processo tutto documentale in cui centrale per l’accusa sarebbe l’attestazione chiesta da Dezio alla Regione, arrivata 14 minuti dopo a firma dell’allora dirigente degli Affari legislativi D’Urbano che, in quanto indagato in un procedimento connesso (la prima udienza dal gup a fine maggio), si è avvalso ieri della facoltà di non rispondere, assistito in aula dall’avvocato Luca Sarodi.
    Attorno alla vicenda della lettera si è registrato l’unico battibecco tra accusa e difesa, con Milia che, di fronte all’i nsistenza del pm sulla lettera di D’Urbano ha obiettato: «Tutto questo si riferisce a un altro procedimento». «Sono atti del fascicolo del pm, in udienza preliminare c’erano e lei li conosce» ha replicato Pompa. «Sono copia di atti acquisiti da altro procedimento» ha concluso De Santis, «sono pertinenti».

    Con due dei quattro testimoni fuori gioco, centrale è stata dunque la testimonianza del maresciallo Marchetti, che ha ripercorso le indagini. Secondo la sua ricostruzione, Dezio prese servizio il 20 giugno 2003 come funzionario, quindi con un provvedimento successivo divenne segretario particolare del sindaco D’Alfonso fino al 22 novembre 2004, quando gli vennero attribuite le funzioni di dirigente fino al concorso «stante la comprovata competenza e professionalità».

    A L’Aquila i carabinieri acquisiscono però le convenzioni con cui a Dezio erano stati conferiti dal capogruppo D’Alfonso incarichi nel gruppo consiliare dei Popolari per scoprire, ha detto il maresciallo, «che non erano considerati neppure un rapporto di lavoro», un’attività che Dezio avrebbe svolto per 35 mesi e dieci giorni (cinque quelli necessari per il concorso da dirigente). Di qui l’accusa: D’Alfonso avrebbe assegnato a Dezio incarichi da dirigente di 18 mesi, precostituendo titoli utili ai fini del concorso per l’assunzione in Comune.

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    17 aprile 2010
     

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