di Paolo Smoglica
Un gruppo di bambini gioca a rugby. Una sirena squarcia l’aria e ferma i loro passaggi della palla sul campo verde accuratamente tosato. La cinepresa fa una panoramica di 180 gradi, scopre una strada dove corrono tre auto con i lampeggianti.
Dall’altra parte della strada, un gruppo di ragazzi di colore smette di giocare a pallone su un campetto brullo. Corrono verso la rete di protezione e cominciano a gridare Madiba-Madiba, il nome con il quale la gente di colore del Sudafrica chiama Nelson Mandela, da poco eletto presidente. Ci vogliono troppe parole per raccontare quello che l’occhio cattura in pochi secondi all’avvio del film «Invictus». I pochi secondi che servono a Clint Eastwood - 80 anni il prossimo 21 maggio - per tuffarci nella storia: rugby, apartheid e una pagina di sport storica.
Un grande appuntamento sportivo che si trasforma in un evento di valenza politica in grado di dare un futuro alla difficile convivenza fra bianchi e neri nel neonato stato arcobaleno.
Il rugby - ma poteva essere qualsiasi sport - come grimaldello per aprire i cuori degli afrikaaner, da una parte, i boeri colonizzatori minoranza etnica formata da immigrati tedeschi, olandesi e ugonotti francesi, che ha governato il Sudafrica con leggi razziali e pugno di ferro; e dall’altra, i neri vincitori delle prime elezioni per la stragrande maggioranza di colore del Paese capitanato da Nelson Mandela: 23 anni in una cella due metri per due, nella prigione di Robben Island di fronte a Johannesburg.
Uscito dal carcere, Nelson Mandela ha anc
ora di fronte a sé il nemico contro cui ha speso tutta la vita: l’a
partheid. Il carismatico leader deve giocare la più difficile delle
sfide politiche: unire ciò che la storia ha diviso e fare del suo
Paese una vera nazione. E’ il 1994, Mandela è reduce dalle
trionfali elezioni. Così il genio politico del prigioniero nº 46664
si inventa la più audace e improbabile delle scommesse: usare il
rugby, lo sport dei bianchi, per unire una volta per tutte i
sudafricani.
Fino a quel giorno gli Springboks, gli alfieri della palla ovale,
sono stati l’orgoglio della minoranza afrikaaner e la dannazione
della maggioranza nera, che si interessa alla nazionale soltanto
per tifare contro. Mandela intuisce ciò che nessun altro è in grado
di vedere: «Se non potete parlare alle loro menti, parlate ai loro
cuori». Così il Sudafrica ottiene l’organizzazione della Coppa del
mondo di rugby del 1995, e inizia il miracolo. Gli Springboks
collezionano vittorie, e il Paese intero si innamora. Il 24 giugno
i giocatori disputano la finale contro i temibili All Blacks.
Mandela siede in tribuna mentre 62mila tifosi, per la maggior parte
bianchi, acclamano il suo nome. E al coro si uniscono davanti alla
tv i milioni di neri delle township. Contro ogni pronostico gli
Springboks coronano il sogno del loro presidente: 42 milioni di
sudafricani sono finalmente uniti dalla stessa passione.
Clint Eastwood, abbandonata da tempo la 44 Magnum di Dirty Harry,
si fa conquistare dal messaggio ecumenico e progressista di Madiba.
Lo fa prendendo spunto da «Ama il tuo nemico», il bel libro di John
Carlin edito in Italia da Sperling&Kupfer, che nella versione
originale si intitola «Playing the enemy». Smonta il libro,
tralascia tutta la prima parte incentrata sulla prigionia di
Mandela e su come il futuro capo carismatico conquista il
carceriere «di fiducia», il capo dei servizi segreti e i presidenti
africaaner Botha e de Klerk. Evita di impastoiarsi nelle diatribe
politiche tra le diverse fazioni e i partiti dell’una e dell’altra
parte; glissa sul tentativo di golpe dell’ultra destra. Si affida a
una serie di microstorie, per lo più inedite ma molto
cinematografiche, per ridare il senso del testo che sta dietro al
film.
A parte l’inizio folgorante, preme l’acceleratore sulla visita
alla township degli Springboks per insegnare ai piccoli neri il
rugby, così come sul discorso del presidente ai dipendenti della
sede del governo - tutti bianchi - convinti di dover fare le valige
dopo la vittoria del leader nero dipinto come uno spauracchio.
Parole tante da parte di Mandela. Morgan Freeman, che lo
interpreta, riempie lo schermo dall’inizio alla fine del film
(oltre 130 minuti di racconto), ma anche accanto alle professioni
di non violenza e integrazione, alcune maliziose digressioni: gli
Springboks, con in testa il capitano Francois Pienaar, al quale dà
il volto Matt Damon, dopo la prima vittoria vanno a far visita al
carcere di Robben Island, divenuto museo nazionale e assaporano la
prigionia di Madiba. Ma la digressione più bella che dà il senso al
film è la storia del piccolo nero, raccontata in due sequenze:
nella prima rifiuta dalle dame di carità la maglia degli
Springboks, salvo poi seguire la finale accanto a un’auto della
polizia e finire issato in cielo al fischio finale da quei
poliziotti boeri che lo vedevano all’inizio della partita con occhi
malevoli.
La maglia degli Springboks gialloverde che il ministro dello Sport
vuole abolire, la indossa Mandela nel giorno della finale con gli
All Balcks.
Lo sport ha vinto sui pregiudizi dell’una e dell’altra
parte.
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19 marzo 2010