di Paolo Smoglica
«La mia ambizione da giovane era di scrivere sui giornali, adesso vorrei limitarmi a leggerli, ma non posso, debbo scriverci. Sono stato tentato dalla pittura, dal teatro e dall’architettura, insomma non ho mai avuto le idee chiare su la mia vocazione. Qualche anno fa, per esempio, credevo che scrivere per il cinema fosse un nobile impegno, ora sono convinto che rasenta spesso l’irresponsabilità, anzi che questa era la maggiore attrazione sul mio carattere. Da giovane odiavo ogni regola, adesso tento di impormene una o due».
Povero Flaiano, nel centenario della nascita, deve fare ancora i conti con il cinema e con Fellini. «La dolce vita» compie 50 anni e il riminese rischia di fargli ancora ombra. Lui che ci aveva messo tanto di suo nel coté felliniano (non solo il nome Paparazzo (che evoca le vongole nostrane), al fotografo da strada a caccia di divi in via Veneto; dai «Vitelloni», a cominciare dal titolo, sinonimo dei bamboccioni pescaresi degli anni Cinquanta, a «8½» che fa da pendant alla sua angoscia davanti alla pagina bianca.
Per mettere un po’ d’ordine, per reclamare, in un empito di pescaresità, le origini di Flaiano nacque il progetto «Flaiano abruzzese a Roma». Origini che aveva puntalizzato in una lettera a Pasquale Scarpitti, riportata nel volume «Discanto»: «Tra i dati positivi della mia eredità abruzzese metto anche la tolleranza, la pietà cristiana (nelle campagne un uomo è ancora ’nu cristiane), la benevolenza dell’umore, la semplicità, la franchezza nelle amicizie; e cioè quel sempre fermarmi alla prima impressione e non cambiare po
i il giudizio sulle persone, accettandole come sono, riconoscendo i
loro difetti come miei, anzi nei loro difetti i miei.
Quel senso ospitale che è in noi, un po’ dovuto alla conformazione
di una terra isolata, diciamo addirittura un’isola (nel Decamerone,
Boccaccio cita una sola volta l’Abruzzo, come regione remota: “Gli
è più lontano che Abruzzi”); un’isola schiacciata tra un mare
esemplare e due montagne che non è possibile ignorare, monumentali
e libere: se ci pensi bene, il Gran Sasso e la Majella son le
nostre basiliche, che si fronteggiano in un dialogo molto riuscito
e complementare... Bisogna prenderci come siamo, gente rimasta di
confine (a quale Stato o nazione? O, forse, a quale tempo?), con
una sola morale: il lavoro. E con le nostre Madonne vestite a lutto
e le sette spade dei sette dolori ben confitte nel seno. Amico,
dell’Abruzzo conosco poco, quel poco che ho nel sangue».
Non bastava, c’è ancora Fellini a incombere su un intellettuale a
tutto tondo ricordato per le battute e per le incursioni nel
cinema.
E così, Edoardo Tiboni nel 1989, quando era direttore della sede
Rai d’Abruzzo e presidente dell’associazione Flaiano, mise in
cantiere il documentario, affidato alla penna di Giuseppe Rosato,
alla regia di Franco Farias e, al quale, anche chi scrive dette il
suo contributo.
Con i piedi fortemente poggiati sulle nuvole ci mettemmo in
cammino verso Roma per riscoprire l’Abruzzo di Flaiano. L’ennesimo
paradosso della vita di uno scrittore «indeciso a tutto», come lo
stesso Flaiano ammette nella citazione che apre l’articolo, tratta
da «Frasario essenziale» edito da Bompiani. Un treno entra nel buio
di una galleria e sbuca tra le mille luci di via Veneto.
Il nostro viaggio parte da lì, il teatro di posa della «Dolce vita»
che Flaiano filtrava dalle pagine del «Mondo». Era lui che
sceglieva il fotone di copertina, era lui che teneva i contatti con
i Tazio Secchiaroli passati alla storia con il volto del paparazzo
Walter Santesso.
L’Abruzzo di Flaiano passava attraverso le zingarate con gli amici
per assistere alla Coppa Acerbo. Gli spezzoni di film che aveva
sceneggiato recuperati, insieme a Farias, mentre gli impiegati
della Cineteca Nazionale facevano trascorrere la pausa pranzo,
lungo il corridoio delle moviole, lanciando contro il muro monete
da 100 e 50 lire.
Recuperammo le testimonianze di Suso Cecchi D’Amico, decana degli
sceneggiatori, del regista Mario Monicelli, del giornalista Carlo
Mazzarella e del titolare della trattoria Cesaretto in via della
Croce, uno dei templi flaianei che divideva con Maccari. E poi le
citazioni letterarie, «come la folla che si assiepava lungo il
fiume per vedere i fuochi artificiali in occasione della festa del
patrono», che viene in mente a Graziano davanti al disco volante
atterrato a Fiumicino in «Una e una notte».
Oppure l’«uomo grasso e anziano, in piedi su una barca tirata a
secco, che urlava: «E’ il castigo di Dio per le vostre puttanizie»,
il suo accento campagnolo, forse abruzzese, l’aspetto malandato,
quella parola che ripeteva puntando il dito accusatore contro le
donne che l’attorniavano, stavano suscitando risa e proteste».
Rubato forse al messia d’Abruzzo, don Oreste de Amicis, altro
progetto letterario solo abbozzato. Altro marziano, come lo stesso
Ennio, in bilico fra integrazione e trasgressione, come quello più
famoso portato sulle scene da Gassmann finito fra le pernacchie in
scena e da parte del pubblico alla prima milanese.
La Flaiano-mania si è riaccesa per il centenario. Tutti salgono sul
carro di Ennio, che resta comunque marziano a Pescara. E tra un
anno magari resteranno una pagina bianca e l’eco delle
pernacchie.
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12 marzo 2010