di Gian Paolo Coppola
PESCARA. «Luciano D’Alfonso merita di essere processato». Al termine di una requisitoria lunga un’ora, il pubblico ministero Paolo Pompa chiede la condanna per tutti i protagonisti del concorso per l’assunzione in Comune di Guido Dezio. Otto mesi di reclusione per il dirigente amministrativo.
Sei mesi per ciascuno dei componenti della commissione esaminatrice, l’ex segretario generale
Vincenzo Montillo, presidente della commissione, e gli avvocati esperti di diritto amministrativo
Paola Di Marco, e
Carlo Montanino.
La sentenza è attesa per questa mattina. Il pm sollecita la condanna per tutti e il rinvio a giudizio per l’ex sindaco, assente in aula e che ha scelto di dribblare il rito abbreviato per evitare rischi in vista del processo principale sulle presunte tangenti in Comune. Ma i rapporti dubbi dell’ex sindaco con gli imprenditori rimbalzano ugualmente nell’aula al primo piano del palazzo di giustizia.
Pompa, infatti, sconfina dall’inchiesta sui concorsi, dove l’ex leader regionale del Pd deve rispondere di abuso patrimoniale, e ricostruisce la storia delle inchieste giudiziarie a carico di
D’Alfonso tirando più volte in ballo l’affaire tangenti, che approderà il 6 aprile in udienza preliminare davanti allo stesso gup
Guido Campli, che oggi emetterà il verdetto. Non a caso, nelle carte del procedimento è presente anche la misura cautelare adottata nel dicembre 2008 nei confronti dell’allora sindaco, tram
polino per il pm per far passare la tesi di un modus operandi che
oltrepassa costantemente la legalità.
«Secondo me, ci sono i profili dell’abuso», sottolinea
Pompa quando torna sul caso
Dezio. Abuso che, a due anni dalla prescrizione,
si sarebbe concretizzato favorendo l’assunzione a un livello
superiore del suo uomo di fiducia. D’Alfonso avrebbe procurato un
vantaggio a Dezio che si sarebbe concretizzato prima nell’averlo
messo, senza concorso, a svolgere funzioni da dirigente comunale,
poi nell’avergli assegnato un incarico per sei mesi e quindi di un
anno nel settore «Provveditorato ed Economato» e «Provveditorato e
Patrimonio». Secondo il pm, il sindaco avrebbe violato le norme
sull’ordinamento degli enti locali che consentono la costituzione,
a tempo determinato, di uffici di supporto agli organi di direzione
politica.
Quanto a Dezio, sottolinea il magistrato che indaga anche sulle
spese sostenute dal Comune per realizzare il Calice di Toyo Ito,
sarebbe stato cosciente di non possedere i titoli richiesti per la
qualifica da ricoprire. Per la procura, il posto assegnato al
dirigente non era da «staff», bensì da capo di un settore vero e
proprio del Comune.
A Dezio, tornato nel frattempo al lavoro come dirigente comunale e
lui pure coinvolto nel caso tangenti, il pm contesta di aver
dichiarato il falso per aver attestato alla commissione di aver
ricoperto incarichi dirigenziali per cinque anni (dal 2000 al
maggio 2003 alla Regione e dal giugno 2003 al novembre 2004 al
Comune).
Quando la parola passa ai difensori, gli avvocati -
Medoro
Pilotti Aielli e
Marco Spagnuolo per
Dezio,
Augusto La Morgia e
Giulio
Cerceo per la commissione,
Giuliano Milia
per D’Alfonso - riportano la questione sul piano tecnico. Picconano
la ricostruzione del pm, sottolineano come il processo sia uno solo
e che debba essere celebrato sulle carte e non su suggestioni o
teoremi che finiscono per buttare fumo negli occhi. Stamane le
ultime repliche, poi il gup entrerà in camera di consiglio. Il
regolamento dei conti con la giustizia per D’Alfonso parte da qui.
24 febbraio 2010