di Oscar Buonamano
Il liceo artistico di Pescara, all’inizio degli anni Settanta, era uno dei nove presenti in Italia, famoso e conosciuto per la qualità dei docenti e per il clima artistico che si respirava tra le sue mura che Giuseppe Misticoni, il suo mentore, era stato capace d’infondere in tutti, docenti e studenti. Lo ricorda, per esempio, Fernanda Pivano nell’introduzione al catalogo dell’ultima mostra dedicata a Pazienza, Jaques Prevért, svoltasi a San Benedetto del Tronto la scorsa estate, quando riferendosi a Pescara scrive: «Un liceo fuori dal comune, con dei professori che avevano capito chi avevano di fronte e con cui Andrea Pazienza aveva costruito un rapporto di stima».
Una città, la Pescara che viveva Paz, in grande trasformazione che aveva anche nella scuola un punto di eccellenza e di forza. Se Albano Paolinelli ha avuto per il giovane Pazienza un ruolo che si può assimilare a quello di una levatrice per una puerpera, Sandro Visca ne è stato certamente il papà putativo. Docente di discipline pittoriche al terzo e quarto anno, è il personaggio vivente a cui Paz ha dedicato più disegni.
Visca, qual è il primo ricordo che ha di Pazienza?
«Il primo giorno di scuola mi venne incontro e mi disse: “Le faccio presente che a me disegnare non piace”. Restai un attimo perplesso; poi, guardandolo negli occhi, capii esattamente con chi avrei avuto a che fare. Gli risposi di non preoccuparsi e che se il disegno non era la sua materia preferita avremmo trovato il modo, insieme, per esprimerci. Rimase spiazzato. In quei pochi attimi capii che per p
oterlo vivere nella maniera più giusta avrei dovuto essere io la
spalla e lui l’attore protagonista».
Aveva una marcia in più?
«Era in un tempo e in una forma mentis diversi. Ho capito
immediatamente che aveva una capacità grafica fuori del comune e
soprattutto aveva una necessità di espressione immediata, veloce.
Il disegno era per lui un mezzo di scrittura per dire delle cose. E’
stato il primo a raccontare la realtà attraverso il fumetto, e lo
ha fatto in quattro o cinque modi diversi. Passerà alla storia
perché è stato capace di ribaltare la concezione filosofica del
fumetto. Ma l’aspetto più entusiasmante è che con lui tutto era
sempre nuovo».
Pazienza parla di Pescara come «una città di sogni, di
guerre e meravigliosi ritrovarsi, e di cultura a tutti i livelli».
Era proprio così quella Pescara?
«In Abruzzo Pescara è stata sicuramente la città più
importante per l’arte. All’inizio degli anni Settanta, gli anni di
cui parla Pazienza, in città c’era un grosso fermento, un
entusiasmo per tante attività che andavano sempre in crescendo. C’e
ra il coraggio di proporre. Pescara riusciva a competere bene con
il panorama nazionale e Convergenze, il Laboratorio Comune d’arte
che fondammo in quegli anni e del quale Andrea è stato un socio
fondatore, è stato uno dei centri che più ha guardato a queste
novità».
Una città che guardava al futuro.
«La città che ha visto e vissuto Andrea era una città che
viveva in perenne movimento. Se tu andavi sul terrazzo di un
palazzo e guardavi l’orizzonte, vedevi un’unica enorme gru che ti
trasmetteva la sensazione di essere in costante crescita. C’era un’a
ttività continua che creava un’atmosfera positiva, e questo si
rifletteva inevitabilmente anche nel settore delle attività
culturali. C’era una buona disponibilità economica e questo rendeva
possibile tutto, o quasi tutto».
Si produceva cultura e si usufruiva di cultura?
«Negli anni di Convergenze in città erano operative tante
gallerie d’arte. La galleria di Cohen e Pieroni, Arte d’oggi di
Ciro Canale, la galleria Verrocchio, Margutta. Tutte insieme
creavano le condizioni perché Pescara fosse considerata, a ragione,
una città fortemente aperta all’arte contemporanea e al mondo. Ma
non si viveva solo d’arte. Era importantissima la musica; il
Festival Jazz in particolare riusciva a portare in città il meglio
del repertorio mondiale».
La prima edizione del Festival Jazz ci fu nel 1969 e Umbria
Jazz non esisteva. Pescara ospitava nel 1972 un giovanissimo e
sconosciuto ai più Keith Jarret, dettava nuovi modelli culturali e
di fruizione della cultura.
«Il Festival Jazz fu un momento importante di crescita e
di consapevolezza. Contribuì insieme a tante altre manifestazioni a
fare di Pescara una città conosciuta e, per certi versi,
ammirata».
Ci sono evidenze storiche di tutto questo fervore, tracce
visibili?
«Se pensiamo al mondo dell’arte e a ciò che ha prodotto
direi di no. Le faccio un esempio. Ho provato a organizzare una
retrospettiva sull’opera di Alfredo Del Greco, che è stato a mio
parere il più grande artista abruzzese degli ultimi cinquant’anni;
non ci sono ancora riuscito. Non ci sono disponibilità economiche e
la politica, che oggi è il grimaldello per tutto ciò che si muove
in ambito culturale, sembra essere sorda a questi richiami».
Cosa bisognerebbe fare secondo lei?
«La prima cosa da fare a Pescara, ma direi in tutto l’A
bruzzo è quella di rimboccarsi le maniche per fare una
ricostruzione storica almeno degli ultimi cinquan’anni di
produzione artistica delle arti visive. Se non proprio da Michetti
si potrebbe partire dai Cascella. E lavorare alla creazione di una
vera Pinacoteca regionale.»
19 febbraio 2010