Cavicchia, parola depositaria di lucida saggezza

    di MARCO TABELLIONE Considerato tra i migliori poeti contemporanei abruzzesi, Daniele Cavicchia da tempo gode di una importante affermazione anche a livello nazionale, che lo pone come una delle migliori realtà italiane del momento. Le sue due ultime raccolte, «La malinconia delle balene» e «Dal libro di Micol», il primo a suo tempo presentato da Mario Luzi, mostrano un artista all’apice della sua creatività, in cui la parola si carica di una forte espressività, e nel contempo si fa depositaria di una lucida saggezza di vita. Daniele Cavicchia ha rilasciato al Centro l’intervista che segue.

    Lei è un poeta puro, affida in maniera quasi esclusiva la sua possibilità di espressione alla poesia. Perché?
    «La poesia è una buona compagna e difficilmente tradisce. La sua sintesi contiene quasi sempre delle risposte a condizione che con lei non si menta e la si sappia ascoltare. Come scrive Milosz la vera poesia è un dettato silenzioso, “una costrizione insopportabile” per chi la scrive. Potrebbe essere un genere superiore se non se ne abusasse. Voglio dire che si pubblica troppo (vale anche per me) e il troppo interessa sempre meno. E poi c’è da fare un distinguo: molti scrivono per i critici ma i critici non comprano libri. Eppure ci si lamenta se i libri di poesia non si vendono».

    Qual è secondo lei la situazione della poesia in Abruzzo e in generale la sua situazione culturale?
    «Sarebbe ora di togliere gli steccati da questa regione e smetterla di considerare i nostri poeti “poeti abru
    zzesi”. Sono solo nati in Abruzzo e la loro poesia non ha nulla da invidiare alla poesia di altre regioni. Parlo di Sablone, Pina Allegrini, Rosato, Rapino, Moretti, Tonia Giansante, Giancarli, Pamio, Creati, Marianacci, Tornar, Minore e tanti altri. Ritengo che la situazione culturale dell’Abruzzo non sia male, anche se manca in generale il fermento che dovrebbe esserci per caratterizzare meglio una regione storicamente emarginata. Forse gli intellettuali vivono un po’ troppo appartati. Mi riferisco all’e sigenza di un luogo dove riunirsi e portare le proprie esperienze per uno scambio che consenta di uscire dal proprio egocentrismo».

    Qualche anno fa lei ha avuto un’esperienza politica candidandosi per le elezioni provinciali, che cosa le è rimasto di quest’episodio della sua vita?
    «Mi è rimasta la certezza che in pochi condividevano le mie idee politiche. Ma vorrei esprimere una mia preoccupazione. Da troppo tempo i nostri politici hanno dimenticato che sono nostri delegati e dovrebbero rappresentarci meglio di come fanno perché la gente non debba vergognarsi per averli proposti. E quasi mai questo viene loro ricordato. C’è una sorta di deriva generale in campo politico che accomuna tutti: elettori ed eletti».

    La prima parte della «Malinconia delle balene» è in forma di poéme en prose. Che rapporto ha con avanguardia e sperimentalismo?
    «Il poemetto è stato scritto in 12 giorni e non avevo un progetto per questo lavoro. Ho un profondo rispetto per chi opera nel campo della scrittura e dell’arte. E capisco che ognuno vorrebbe essere il più innovativo e proporsi come caposcuola, se non fosse che tutto è stato detto e che altre leggi ci governano. Ma spesso accade che lo sperimentalismo somigli a un pullman troppo pieno dove qualcuno spinge per ricavarsi un posto e uscire dall’a nonimato. Per l’avanguardia spero che non si proponga come retroguardia. Ma io vivo ai margini e non sono attendibile per esprimere un giudizio su queste espressioni artistiche».

    Quali sono stati i suoi maestri nella letteratura e nella vita?
    «E’ scontato dire che la vita è la vera maestra. Nel mio caso il dono più bello e la vera maestra è stata mia figlia Micol che ha tentato di trasmettermi la sua lealtà, il suo coraggio, la sua dignità, la sua capacità di amare e di perdonare nonostante la crudeltà della vita. Grazie ai suoi insegnamenti, riesco a distinguere ancora di quanta umanità sono capace. Per la letteratura sono un lettore discontinuo, ma curioso e dire quali considero i miei maestri diventa difficile. Ma credo di saper riconoscere un poeta sincero. Holan, prima di tutti, Mandel’stam, Rilke, Luzi, Celan, Saba, Eliot, Yeats, Milosz, Benn, Enzensberger, Takano, Zach. Tra i narratori Malamud, Kafka, Roth, Boll, Beckett e i classici».

    Che rapporto ha con l’epoca contemporanea? Si trova a suo agio o condivide il tradizionale distacco del poeta?
    «L’epoca contemporanea si fonda sull’equivoco. Molte parole, pochi significati. Molte menzogne spacciate per verità. In tanti credono di essere titolari di un regno, altri credono di possedere la verità. Il poeta è tollerato con sorrisi ammiccanti e pacche sulle spalle. Non ha scelta; ognuno si apparta nel proprio regno dove nessuno regna, tanto meno la parola se non decide di essere benevola».
    15 febbraio 2010
     

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