di Giuliano Di Tanna
PESCARA. «Per i farmaci derivati dalla cannabis il problema vero è quello del costo di quelli prodotti solo all’estero che può aumentare anche di 10 volte».
Francesco Crestani è
presidente dell’Act, l’Associazione per la cannabis terapeutica.
Il problema dei medicinali derivati dalla marijuana e usati per fini terapeutici (soprattutto per lenire i dolori in certe patologie) è tornato d’attualità dall’altro ieri. Cioè da quando si è appreso che Elisabetta Pierazzi, un giudice del tribunale di Avezzano, ha pronunciato, il 2 febbraio scorso, un’ordinanza con cui afferma il diritto alla somministrazione gratuita di cannabinoidi a un malato di sclerosi multipla in condizioni di particolare indigenza. E’ il primo caso in Italia.
«La decisione assunta», ha spiegato il giudice «è funzionale a trattare gravi patologie, in quanto altri medicinali usati dal paziente non sono risultati idonei. Il medicinale è somministrato a pagamento e non viene prodotto in Italia. Viene importato di volta in volta in piccole quantità. Quindi deve essere somministrato a pagamento, con costi elevatissimi».
Francesco Crestani, medico, di Rovigo, guida l’Act (nata a Parma nel 2001) e ha un’esperienza, in questa materia che risale almeno al 2001.
«L’ordinanza di Avezzano è giusta. Ho trattato personalmemnte un caso simile a quello di Avezzano, nel 2001», racconta. «Avevo prescritto un farmaco derivato dalla cannabis a una paziente di San Donà del Piave con un tumore incurabile. I famigliari di questa donna rico
rsero anche loro al giudice chiedendogli di ordinare alla Asl di
importare quei farmaci. Purtroppo, in quel caso si mise di mezzo la
burocrazia. Fatto sta che i farmaci arrivarono troppo tardi, quando
la malata era ormai in coma irreversibile».
La situazione è migliorata ora?
«Diciamo che la situazione si è un po’ sbloccata. C’è una legge
italiana del 1997 che prevede la possibilità di importare farmaci
che non esistono sul mercato nazionale. Questo vale per qualsiasi
tipo di farmaco, non solo per i derivati dalla cannabis».
C’è una peculiarità che riguarda questi
farmaci?
«Dal punto di vista teorico non c’è alcuna differenza normativa
rispetto ad altri medicinali che non si trovano sul mercato
italiano»
Perché allora sono così rare le pronunce che autorizzano
la loro somministrazione gratuita?
«Va detto che la situazione in Italia è un po’ a macchia di
leopardo. Varia, cioè, da Asl ad Asl. Per esempio, alcune Asl, come
quella di Bolzano, hanno deciso di importare quel tipo di farmaci
in via ordinaria. Altre Asl si trovano, invece, in difficoltà dal
punto di vista burocratico».
Cosa va modificato in questa materia in
Italia?
«Probabilmente bisogna intervenire sulla questione delle spese di
importazione. Per esempio, un farmaco che all’origine costa 50 euro
può arrivare a costare anche 500 euro, con l’importazione in
Italia».
La gratuità del farmaco è al centro dell’ordinanza di
Avezzano: per ottenerla bisogna ricorrere a un
giudice?
«Sì. Se, poi, è il medico curante di base a fare la richiesta, il
paziente se lo deve pagare di tasca sua, il farmaco. Diverso è il
caso che la somministrazione avvenga in un reparto ospedaliero. In
quel caso la spesa spetta alla Asl. Attualmente non ci sono molti
casi di questo tipo. Ma il campo di applicazione di questa pratica
è, in potenza, molto vasto».
11 febbraio 2010