di PAOLO DI VINCENZO
Una voce abruzzese ha illuminato anche la riapertura del San Carlo di Napoli, alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. E’ quella di Monica Bacelli, di Chieti.
Il mezzosoprano ha interpretato il personaggio di Sesto nella «Clemenza di Tito», opera di Mozart scelta per la riapertura del glorioso teatro partenopeo (si veda riquadro).
Monica Bacelli ha rilasciato al Centro l’intervista che segue.
Mozart, La Clemenza di Tito, e il personaggio di Sesto, incontri per lei ormai frequenti. Come affronta ogni volta quest’opera?
«Leggendo lo spartito, ciò che Mozart ha composto e, ovviamente, leggendo il libretto che in questo caso è di Metastasio, corretto e sfrondato con il taglio moderno di opera seria che volevano dare Mozart e Caterino Mazzolà. Il materiale è ottimo e di grande qualità, ovviamente, (ride) ma non si finisce mai di approfondire, e di scoprire nuove cose. In questa “Clemenza”, poi, c’è un grande direttore musicale, Jeffrey Tate, e un grande regista, Luca Ronconi. Ho scoperto tante cose nuove sotto la guida di Ronconi, che è un grande conoscitore del teatro in generale e ha saputo tirar fuori dal libretto mille accenti, mille sfumature. Il lavoro sui recitativi, per esempio, è stato molto importante, per me e per tutti».
Si è trovata in un contesto dai mille stimoli, la regia di Ronconi, la direzione di Tate, l’esibizione di fronte al presidente della Repubblica, un teatro storico, leggendario, ma rinnovato e modernizzato che ambisce a tornare ai fasti di un tempo. Quali inputda tutte queste sensazioni?
«Certo, questa produzione ha coinciso con la “nuova” inaugurazione
e ha amplificato la risonanza dell’appuntamento in tutta Italia.
Però, francamente, a noi questo aspetto non ha aggiunto niente,
anzi. L’avvenimento politico e un po’ mondano, la prima, la cena
con i vip... A noi ha fatto piacere la risonanza ma tra il mondo
artistico e l’organizzazione non ci sono stati contatti. Siamo
stati un po’ come i giullari a corte (ride), in fondo anche “
Clemenza” è stata scritta per l’incoronazione di Leopoldo II e
quindi è stato il coronamento di un avvenimento politico. Il
commento famosissimo della consorte di Leopoldo II fu: “Quest’opera
è una porcheria”. Nessuno è arrivato a questo, qui a Napoli, ma
qualcuno si è un po’ lamentato perché non si canta molto. E noi che
avevamo lavorato tanto sui recitativi...».
La lirica ha secoli di storia, Mozart, giusto per fare l’e
sempio dell’opera in cui è stata impegnata in questi giorni, è
morto 220 anni fa. Come è possibile che affascini ancora così
tanto?
«Secondo me l’umanità che viene rappresentata nell’opera
è sempre la stessa. Siamo noi, i nostri movimenti psicologici, i
nostri sentimenti sono sempre quelli. Certo, lo strumento è
particolare, l’opera lirica è una forma d’arte particolare, ma l’u
manità ha sempre gli stessi stimoli, le stesse pulsioni. E’ come
rappresentare una tragedia greca, in fondo».
Lei ha studiato a Pescara con Marvi Romano, che ricordo ha
della sua insegnante e quanto manca, alla musica classica italiana,
un personaggio come lei?
«Io devo dire che a fianco di Marvi bisogna mettere anche
Donato Martorella. In quel periodo questi due personaggi, senza
nessun interesse personale e spinti solo dalla enorme passione per
la musica e per il linguaggio musicale, hanno in qualche modo
regalato degli elementi di novità che io porto sempre con me.
Elementi che non vedo nella scuola italiana del canto nelle
generazioni successive. Penso, per esempio, all’approfondimento
della parola cantata, con tutta la potenza della musica che la
accompagna».
L’Abruzzo non ha una tradizione operistica. Eppure in
questi giorni lei è stata al San Carlo di Napoli e Carmela Remigio
è alla Scala di Milano, due dei più importanti teatri del mondo. E
poi c’è Ildebrando D’Arcangelo e tanti altri artisti. Come mai
questa concentrazione di talenti? E, soprattutto, cosa manca alla
regione per mantenere questo livello staordinario raggiunto con
voi?
«La scuola della Romano, in quegli anni, ha fatto sì che
tanti giovani avessero l’occasione di uscire dall’Abruzzo, lei
aveva una grandissima personalità e ha spinto tutti fuori dall’A
bruzzo. Oggi proprio non saprei cosa fare. Certo è fondamentale l’e
ducazione, il conservatorio dev’essere un centro di educazione e
produzione musicale. Noi avevamo mille iniziative, abbiamo
partecipato al festival di Montepulciano, molti di noi hanno vinto
Spoleto. Oggi non vivo più in Abruzzo (la cantante risiede a Roma
quando non è in giro per il mondo per il suo lavoro, ndr), non ho
il polso più della situazione in Abruzzo ma so che ci sono delle
nuove produzioni a Chieti e a Teramo ed è sicuramente un
bene».
8 febbraio 2010