di GIULIANO DI TANNA
PESCARA. Come altri popoli del centro Italia, i Marsi erano governati dai meddix, supremi magistrati simili ai praetor romani. Il meddix aveva poteri enormi: oltre a essere il capo politico del popolo, questo magistrato-re esercitava anche le supreme funzioni militari e giudiziarie; dalla loro carica dipendeva il calendario, nel quale gli anni erano identificati con il meddix in carica, così come avveniva a Roma per i consoli.
Chissà se Mario Di Domenico, che è presidente di un’associazione chiamata I Marsi nel Lazio, ha pensato alle antiche radici della sua terra, quando ha deciso di scatenare la sua battaglia contro quella sorta di meddix moderno chiamato
Antonio Di Pietro, il suo vecchio amico e sodale nell’Idv (Italia dei valori), il partito di cui il 50enne avvocato di Capistrello con studio a Roma ha scritto lo statuto.
E’ una guerra combattuta sul confine di due regioni che, fino al 1963, erano una cosa sola: l’Abruzzo di
Mario Di Domenico e il Molise del senatore e leader dell’Idv ed ex magistrato simbolo del pool milanese di Mani Pulite. Di Domenico è autore di un libro anti-Tonino che, edito da Koinè, si chiama «Attentato allo Stato». Il volume non è ancora arrivato in libreria ma fa già discutere come un best-seller.
Di Domenico aveva conosciuto Di Pietro, nell’aprile 1993, all’ospedale di Pescara, in un momento drammatico per entrambi: il padre dell’avvocato marsicano e la madre dell’ex pm erano ricoverati in due reparti diversi. Il rapporto fra i due sarebbe nato
in modo un po’ brutale: con una vaffa rivolto da Di Domenico alla
scorta di Di Pietro che l’aveva quasi travolto entrando in
ospedale. A unirli, però, da subito, fu il comune dolore. Ma a
irrobustire ancora di più il rapporto ci pensò la passione
politica. Quando fondò l’Idv, per scrivere lo statuto del suo nuovo
partito, Di Pietro pensò proprio a Di Domenico che è esperto di
statuti medioevali, tema al quale nel 1989 ha dedicato un libro:
«Gli statuti antichi di Avezzano».
Quell’amicizia oggi è bruciata e le sue ceneri fanno discutere. A
portare allo scoperto l’amaro epilogo è stato a un articolo
pubblicato sull’edizione di domenica scorsa del Corriere della
Sera. Un pezzo scritto a partire da una fotografia, quella scattata
il 15 dicembre 1992 - quindi nel pieno delle inchieste di
Tangentopoli - in cui Di Pietro, in una caserma dei carabinieri di
Roma, è seduto a tavola con alcuni commensali, fra cui un presunto
007 americano e
Bruno Contrada, l’ex funzionario
del Sisde che, nove giorni dopo, sarebbe stato arrestato per
concorso esterno in associazione mafiosa. Questa foto farà parte -
con altri scatti della stessa cena - del libro dell’avvocato di
Capistrello.
La polemica politica nasce dal fatto che, nei giorni precedenti lo
scoop del Corriere, sul Giornale diretto da Vittorio Feltri erano
apparsi alcuni articoli che facevano l’ipotesi che Di Pietro fosse
stato un uomo dei servizi vicino alla Cia che avrebbe indirizzato
le inchieste di Mani Pulite contro i partiti storici italiani su
suggerimento di ambienti vicini all’agenzia di intelligence
americana allo scopo di dare il colpo di grazia alla Prima
repubblica. Il leader di Idv ha negato sdegnato: «Eravamo dentro
una caserma a mangiare in una mensa non in un postribolo con delle
escort, quelli sono servitori dello Stato, io non ho mai avuto
niente a che fare con Contrada. Non ho venduto Mani Pulite».
La guerra fra Tonino e Mario - forse solo agli inizi - ricorda
quella che ha visto contrapposto all’ex pm un altro amico della
prima ora politica,
Elio Veltri, che contro la
presunta natura di partito a conduzione famigliare dell’Idv conduce
da tempo una battaglia personale. Ed è proprio a Veltri che -
stando a un articolo apparso ieri sul Corriere - che Di Domenico si
sarebbe rivolto in cerca di una spalla. Secondo questo articolo,
firmato da
Felice Cavallaro, Di Domenico avrebbe
confessato a Veltri: «Ai congressi su ordine di Di Pietro, staccavo
la spina del microfono mentre lei cercava di contestarlo. La voce
sfumava, la musica si alzava dagli altoparlanti e io facevo partire
gli applausi per l’ovazione senza voti, per far passare ogni cosa
ad alzata di mano, tutti in piedi». Come davanti a un leader
maximo, anzi, a un meddix.
5 febbraio 2010