Basaglia ricordato in tv

Una fiction sulla realtà agghiacciante dei manicomi.

    di DANIELA GIAMMUSSO Dai salotti festosi della gioventù borghese nella Venezia anni Sessanta alla realtà agghiacciante dei manicomi. Dalle disquisizioni teoriche nell’università di Padova alla pratica delle camicie di forza, degli elettroshock, delle sevizie sui pazienti. Deve esser stato un tuffo nell’orrore quello di Franco Basaglia.
    Basaglia (Venezia, 11 marzo 1924 - 29 agosto 1980), è stato uno dei maestri della psichiatria italiana del Novecento ed è stato l’ispiratore della discussa legge 180, quella che nel 1978 di fatto chiuse i manicomi e da allora regola l’assistenza psichiatrica nel Paese. E’ con lo stesso tuffo, nelle acque di un simbolico Canal Grande, che inizia «C’era una volta la città dei matti...», fiction in due puntate diretta da Marco Turco e prodotta da Claudia Mori per la Ciao Ragazzi, che rompe un tabù e racconta la malattia mentale in prima serata su Raiuno (domenica 7 e lunedì 8 febbraio). Fabrizio Gifuni interpreta lo psichiatra veneto.

    Quella su Basaglia, però, non è una biografia, quanto il racconto di una rivoluzione contro il pregiudizio e gli interessi economico-politici per ridare dignità al malato mentale e riconoscere la pazzia come una patologia da curare. Basaglia la sua teoria l’aveva messa nero su bianco, nei suoi numerosi scritti e soprattutto, dopo gli anni trascorsi a Gorizia, ne «L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico». Gifuni e Marco Turco hanno studiato sul campo, incontrando Peppe Dell’Acqua, l’erede di Basaglia oggi direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste, la figlia
    dello psichiatra e soprattutto andando a conoscere veri pazienti.

    «Siamo partiti dalle testimonianze», spiega il regista, «Sapevamo che quello che avremmo raccontato non era la psichiatria come scienza, ma una vicenda umana, un cambiamento che non è stato solo politico o sociale, con persone ridotte a uno stato semibestiale che sono diventate esseri umani». Girato tra Trieste, Gorizia, Imola, Roma e Venezia, con una sceneggiatura che nulla inventa (le storie dei pazienti sono tutte ispirate a fatti reali) scritta da Turco insieme ad Alessandro Sermoneta, Elena Bucaccio e Katja Colja, il film ripercorre la genesi della 180, dal primo incarico di Basaglia come direttore dell’ospedale psichiatrico di Gorizia (un esilio dall’università più che una promozione) ai primi passi della rivoluzione nel trattamento della follia, «l’apertura» del manicomio di Trieste e i primi sintomi di un mortale tumore al cervello.

    Ma soprattutto il film compie il miracolo di mescolare attori professionisti come Vittoria Puccini (rasata a zero e con gli occhi cerchiati di rosso), il premio Oscar per «No Man’s Land» Branko Duric, Michela Cescon e Vitaliano Trevisan, ad altri, «ingaggiati» tra persone che il disagio mentale lo hanno vissuto veramente, compiendo quel miracolo d’integrazione che Basaglia predicava.
    «E’ il dolore che fa diventar matti o è l’esser matti che fa sentire tanto dolore?», chiede nella fiction un paziente. La storia non offre soluzioni a buon mercato, né nasconde i limiti di una legge forse incompiuta, che troppo spesso lascia soli famiglie e malati.
    5 febbraio 2010
     

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