Salinger, addio giovinezza

E’ morto a 91 anni lo scrittore americano padre del «Giovane Holden».

    di GIULIANO DI TANNA «Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne».

    Non si è mai stati giovani per davvero se non si sono amate queste righe con il cuore e con la mente. Holden Caulfield - che non aveva voglia di parlarne, della sua vita intendeva - è stato lo specchio in cui gli adolescenti di ieri e di oggi hanno osservato l’immagine di un loro gemello a cui voler bene. Da ieri, Holden è orfano, come uno di quegli adolescenti senza radici e senza amore di Dickens che lui disprezzava. Suo padre, lo scrittore americano J.D. Salinger, se n’è andato, ieri, all’età di 91 anni.

    Idiosincratico come il suo eroe ragazzino, Salinger ha chiuso con il mondo a modo suo, nella riservatezza che aveva amato. Quella reclusione dal mondo che, in mezzo secolo, interruppe una sola volta negli anni ’80, quando si rivolse a un giudice per impedire la pubblicazione di una sua biografia non autorizzata.

    Il suo unico romanzo, «Il giovane Holden», pubblicato nel 1951, è un classico e negli Stati Uniti lo si legge a scuola. A 50 anni dalla sua uscita, il libro vende ancora oggi 250.000 copie all’anno solo negli Stati Uniti. E’ il libro dell’impossibilità di diventare adulti, del mito americano della giovinezza minacciata dall’inautenticità della vita, il mito incarnato da Tom Sawyer e Huckleberry Finn e dalle stelle del cinema m
    orte giovani come James Dean e River Phoenix.

    In Italia il romanzo esce nel 1952 col titolo «Vita da uomo». Ma la sua fortuna è legata all’edizione Einaudi del 1961 e al nuovo, definitivo titolo. Da allora - fino alle ristampe più recenti - «Il giovane Holden» e gli altri libri continueranno a uscire con la copertina interamente bianca, per volere di Salinger.

    Jerome David Salinger era nato a New York, a Manhattan, da un commerciante di carni ebreo di origini polacche. Finito il college, si imbarcò su una nave da crociera per poi accettare di entrare nell’impresa del padre, che lo mandò alla filiale di Vienna della società di famiglia, da dove fuggì giusto un mese prima dell’A nschluss, l’annessione dell’Austria al reich nazista di Hitler. Tornato in America frequenta, per un semestre, la Columbia University di New York dove il suo insegnante gli pubblicò il primo racconto. E’ il 1940.

    A 22 anni, grazie all’amica Elizabeth Murray che li presenta, si innamora di Oona O’Neill, la sedicenne figlia del drammaturgo Eugene, che diventerà qualche anno dopo la moglie di Charlie Chaplin. Nel 1942 parte volontario per la guerra e partecipa alle operazioni dello sbarco in Normandia, un’esperienza che lo segna profondamente.

    Al ritorno comincia a spingere in giro i suoi primi racconti. E’ il sofisticatissimo New Yorker che gliene pubblica tre nel giro di sei mesi. Nel 1951 esce, «The Catcher in the Rye» (Il giovane Holden), il romanzo a cui aveva lavorato per dieci anni. Con una scrittura che mima il gergo giovanile dell’America post-bellica, «Il giovane Holden» segna profondamente la letteratura del Novecento.

    Ma il successo terrorizza Salinger come il filo resistente di quella trama prosaica della vita che Holden disprezza. Così, a partire dal 1953, lo scrittore si nasconde alla stampa, ai flash e alle telecamere rifugiandosi a Cornish, nel New Hampshire, dove coltiva, insieme con la solitudine, un interesse non esteriore per il buddismo zen.

    A Cornish, nel 1955, Salinger si sposa con una sua studentessa, Claire Douglas, da cui avrà due figli, Margaret e Matt, e dalla quale sarà lasciato nel 1966. A Cornish Salinger continua a scrivere. Le opere successive sono altrettanti capitoli ideali di una saga, quella della famiglia Glass. I protagonisti sono adolescenti teneri e spietati della stessa pasta di Holden. Nascono così i racconti di «Franny e Zooey» (Franny and Zooey, 1961), «Alzate l’architrave, carpentieri!» (Raise high the roof beam, carpenters!, 1963), e «Hapworth 16» apparso sul New Yorker nel 1965. Da allora più nulla, se non indiscrezioni (subito smentite dalla sua casa editrice) di nuovo opere in cantiere o pronte per la pubblicazione.

    Resta Holden e l’enigmaticità del titolo originaro del romanzo, «The Catcher in the Rye». Un titolo intraducibile in italiano. Al suo significato si fa riferimento di sfuggita in due punti del libro, quando si allude a una canzone scozzese di Robert Burns che ha una strofa che dice: «Gin a body meet a body/ Coming through the rye;/ Gin a body kiss a body,/ Need a body cry?». Cioè: se una persona incontra una persona che viene attraverso la segale; se una persona bacia una persona, deve una persona piangere?

    «Il giovane Holden» condivide con «Il grande Gatsby», un altro lungo addio alle illusioni giovanili, il finale più bello di una romanzo americano. «Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato»: è l’epicedio di Scott Fitzgerald.
    «Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti». E’, invece, l’ultimo messaggio nella bottiglia che ci lancia Holden Caulfield con un cinismo sfrontato ma sentimentale che rende sopportabile quasi tutto, persino il miele perduto della nostra giovinezza.
    29 gennaio 2010
     

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