di Paolo Di Vincenzo
La Trilogia dell’amore è la definizione con la quale Luciano Paesani, docente di Storia del teatro all’università D’Annunzio di Chieti Pescara e direttore del Centro universitario di ricerca sul teatro (Curt), identifica la trilogia di opere «Le nozze di Figaro», «Don Giovanni» e «Così fan tutte» della coppia Mozart-Da Ponte. Il saggio, che comprende la riproduzione dei libretti originali, propone anche il documento di Giacomo Casanova a proposito del «Don Giovanni».
Il saggio uscirà presto per la Campus edizioni e avrà come titolo «Mozart - Da Ponte. Drammaturgia della Trilogia sull’amore».
Paesani ha iniziato a occuparsi di Don Giovanni, di Mozart e Da Ponte oltre 25 anni fa, andando spesso a Praga, dove, tra l’altro, è conservato il libretto del «Così fan tutte», pubblicato per la prima volta.
«Con Praga», spiega al Centro Paesani, «il mio rapporto è nato con la stesura del mio primo lavoro sul Don Giovanni, nel dicembre 1984. Andai a casa di Tomislav Volek, tra i mozartiani più stimati, in una Praga ancora “occupata” dai Russi. Entrai e trovai questo studioso straordinario accoccolato per terra, sudicio, mentre cercava di mettere dei poveri pezzi di carbone nell’unica stufa del suo appartamento. Mi diede la copia della sua conferenza, in tedesco, battuta a macchina, ovviamente. E gli dovetti rispedire velocemente il testo appena rientrato in Italia e dopo averlo fotocopiato, loro lì non aveva la possibilità di fare fotocopie».
Perché parla di una trilogia dell’amore?
«Perché è il pr
otagonista assoluto delle tre opere. A volte trattato in maniera
buffa, altre in maniera seria se non complessa. Eppure questi modi
di trattare l’amore sono sempre legati dal sottile filo dell’i
ronia, da una sapiente capacità di straniamento ante litteram. Al
Così fan tutte è legata la più crudele introspezione psicologica
che getta una luce sulle ombre delle anime tormentate delle due
coppie».
Quale fu il rapporto tra Wolfgang Amadeus Mozart,
musicista amato più che altro dai posteri, e l’abate Lorenzo Da
Ponte, librettista italiano nella Vienna di fine Settecento che
finì la sua vita a New York dove ebbe il merito di far conoscere l’o
pera italiana?
«Probabilmente non è stato mai approfondito questo
rapporto perché Da Ponte è sempre stato svilito, colpevolmente.
Credo tra i due ci fu un rapporto direi esoterico e alchemico. Non
è un caso che la più bella musica d’opera Mozart l’abbia composto
per i lavori di Da Ponte e questi, a sua volta, ha toccato le sue
più alte vette come librettista proprio e solo con Mozart. Ciò che
non sappiamo e non conosciamo effettivamente sono i criteri
compositivi dell’uno e dell’altro. Per fare solo un esempio, si
favoleggia di un Don Giovanni realizzato in 20 giorni, ma sappiamo
che per più di due mesi i due autori si sono visti e hanno
discusso, altro che 20 giorni».
Ma c’era proprio bisogno di un altro libro sulle opere di
Mozart-Da Ponte?
«Io penso proprio di sì. Perché i miei studenti all’u
niversità sono il primo e più importante obiettivo. E penso che i
giovani debbono essere sollecitati in questa direzione. Tutto il
mio lavoro va in questa direzione. Mi piace far avvicinare al
teatro, al teatro musicale, i ragazzi di oggi che magari non sanno
nemmeno cos’è l’opera. Da tre anni, per esempio, il programma del
mio esame prevede la visione del “Don Giovanni” di Losey. E magari
sono giovani che non hanno mai visto un’opera. Certo c’è bisogno e
non soltanto di questo libro. Magari ce ne fossero sempre di
più».
29 dicembre 2009