di OSCAR BUONAMANO
La sua idea di architettura è più superficie che spazio, più
rivestimento che struttura connettiva. Si possono condividere o
meno le architetture, l’architettura di Frank O. Gehry, ma la
mostra che gli dedica la Triennale di Milano è un momento di
conoscenza e di formazione imprescindibile, per chi ha a cuore le
sorti della città. E’ invece l’edificio più rappresentativo di
Padova, il bellissimo Palazzo della Ragione, che esibisce la mostra
personale di Zaha Hadid, ospite d’onore della quarta edizione della
Biennale Internazionale di Architettura Barbara Cappochin. La
mostra inaugurata il 27 ottobre 2009 resterà aperta fino al 1 marzo
2010 (per informazioni e prenotazioni tel. +39 049 2010121
www.bcbiennial.info). Zaha Hadid, prima donna a vincere l’e
quivalente del premio Nobel per l’architettura, il Premio Pritzker
nel 2004, è l’architetto che ha realizzato il MAXXI di Roma, il
Museo nazionale delle arti del XXI secolo, che sarà aperto al
pubblico la prossima primavera.
Un unico grande spazio, il salone medievale del piano superiore del
palazzo realizzato tra il 1172 e il 1219 e affrescato da Giotto,
contiene l’installazione/mostra che lo studio londinese di Zaha
Hadid ha pensato e realizzato per questa occasione. Ed è una bella
sfida tra la sala pensile medievale, costruita senza il supporto di
colonne di appoggio, ancora oggi una delle più grandi di Europa, e
le macchine per abitare dell’architetto e designer irachena
naturalizzata britannica, che sfidano anch’esse le leggi della
fisica. L’allestimento/mostra è in realtà un’opera d’arte tra tante
opere d’arte. Si resta attoniti per lo stupore quando si oltrepassa
la soglia che separa l’esterno, la grande balconata con le volte
affrescate, dall’interno, il salone. Il contrasto tra le opere
dipinte sulle pareti, tra la sala stessa, la sua dimensione e le
opere esposte, emoziona e toglie il respiro. il concetto di
contemporaneità che sembra materializzarsi sotto i nostri
occhi.
E’ il passaggio dalle immagini colorate e chiassose del mercato
della frutta e verdura di Padova all’atmosfera rarefatta delle
strutture bianche e modulari che supportano i disegni e le
architetture di Zaha Hadid, che da solo vale il prezzo del
biglietto. Cogliere poi il senso del posizionamento dei progetti è
già entrare nelle corde dell’architettura di Hadid. Sono oggetti,
in qualche caso opere d’arte, che non si relazionano ai luoghi per
cui sono costruiti. Ne fanno volentieri a meno. Lo “sciame” che
costituisce l’ossatura della mostra assume nomi che sono anch’essi
un programma: linee/fasci/reti, onde/gusci/bozzoli,
aggregazioni/grappoli/puzzle, campi/sciami, paesaggio/topografia,
parametricismo. Le due mostre, quella dedicata a Frank O. Gehry e
quella dedicata a Zaha Hadid, sembrano essere in sintonia e
rafforzare il significato del termine coniato proprio per loro, da
Gabriella Lo Ricco e Silvana Micheli, Archistar.
Architetti che hanno costruito la loro fortuna utilizzando, alla
stessa stregua degli stilisti di moda, le forme in un gioco
autoreferenziale. Ed è paradossale che proprio oggi che l’a
rchitettura sembra essere oggetto di attenzione da parte di tanti,
abbia perduto la sua funzione sociale e dimenticato il significato
del termine “collettivo”. Manca cioè la dimensione pubblica dell’a
rchitettura. La grande assente è la città, In questi disegni le
architetture, costruite o disegnate, sembrano farne volentieri a
meno. Architetture che assecondano e rappresentano la società
liquida che abitiamo, e che per loro nuova natura accettano la
transitorietà come paradigma della felicità.
18 dicembre 2009